Forza Viola 4/1999



Gli stranieri viola/Stefan Effenberg
IL "LEONE" D'INFERNO

"Der Löwe”, il Leone: così lo chiamavano in patria i suoi ammiratori. “Der Mund”, la Bocca, era invece il termine prediletto dai giornalisti. Irripetibili, invece, i termini usati dai tifosi avversari.

Eh sì, perché, come i fiorentini certo ricordano ancora, Stefan Effenberg giunse in riva all’Arno seguito da una fama vistosa, nel bene come nel male: amato dai tifosi più caldi del Bayern, semplicemente “odiato” da tutti gli altri.
Originario di Amburgo, ai tempi della sua militanza nella locale formazione di dilettanti del Victoria era stato scoperto appena diciassettenne da Jupp Heynkes, allora allenatore del Borussia Mönchengladbach, colpito dalla grinta di quel ragazzo dotato di un fisico da corazziere (1,88 per 85 chili) e di una foga trascinante.
Quando però il giovane Stefan giunse nella città della Bassa Renania, ebbe l’amara sorpresa di non trovare più l’uomo che così fortemente lo aveva voluto, passato nel frattempo al Bayern Monaco. Ci voleva altro, però, per smontare un duro come lui.

Ambidestro, dotato di una buona tecnica, era in grado di destreggiarsi con abilità in tutta la zona centrale del campo, senza rinunciare mai alla stoccata personale. In più, non faticava a calarsi nei panni di assist-man per pennellare deliziosi cross per le teste degli svettanti compagni. Insomma, ci sapeva fare e non fece fatica a dimostrarlo, pur mancando il suo mentore.
L’esplosione fu rapida: in quattro anni, pur essendo allora il Borussia una squadra di seconda fascia, riuscì ad affermarsi come uno dei migliori talenti del calcio tedesco. Da più parti fu indicato come il naturale successore di Matthäus, il suo idolo. Scontato, a quel punto, il salto nella squadra che rappresentava l’elite della Bundesliga: il Bayern Monaco di quello Jupp Heynkes che quattro anni prima gli aveva dato l’opportunità di affacciarsi per la prima volta nel calcio che contava.

Ma nella capitale bavarese cominciarono ben presto i guai: i suoi ex tifosi del Borussia, acerrimi rivali di quelli del Bayern, non gli perdonarono il “tradimento” e gli appiopparono un affettuoso soprannome: Giuda. In più, Stefan, poco uso alle arti diplomatiche, decise di complicarsi ulteriormente la vita con dichiarazioni al veleno, che gli attirarono antipatie diffuse un po’ in tutto il Paese. Si sa come vanno a finire queste cose: contestazioni a ogni partita. Ma Stefan aveva dalla sua un carattere d’acciaio.
Nonostante i fischi che gli piovevano addossso a ogni tocco di palla, tirava dritto per la sua strada, sparando a zero su chiunque cercasse di mettergli i bastoni fra le ruote: «Per parte mia» replicava a muso duro «potrebbero fischiare anche mentre mangio».

Anche coi compagni di squadra non riuscì a instaurare rapporti particolarmente cordiali, con l’eccezione del danese Brian Laudrup, col quale strinse una fortissima amicizia.
Nonostante i magri successi riscossi dalla squadra bavarese nei suoi due anni di permanenza, Stefan eccelse nel suo ruolo, fino a guadagnarsi la convocazione in Nazionale.
Subissato di fischi anche con i colori della Germania addosso nella partita d’esordio, il Leone vacillò, ma non si lasciò abbattere: «Quei fischi sono stati una spina nel cuore, ma non mi lascerò sotterrare. Voglio sconfiggere questo odio».

Evidentemente non era destino. Il clima in patria peggiorò ancora, fino a farsi pressoché insostenibile, quando Effenberg fu messo fuori squadra proprio da Heynkes, ufficialmente per abuso di... Coca Cola!
Fu a quel punto, nel 1992, l’anno degli Europei in Svezia, che la Fiorentina si interessò a lui. Stefan, che da sempre considerava l’Italia un punto d’arrivo della sua carriera, accettò entusiasta l’offerta del club viola: nel Bel Paese avrebbe ritrovato gli stimoli che gli mancavano a Monaco. L’arrivo a Firenze, dopo le buone prove con la sua Nazionale in Svezia, fu trionfale. La tifoseria lo accolse con un abbraccio caldissimo, in più era in arrivo pure Brian Laudrup, che considerava quasi un fratello. C’erano insomma tutte le condizioni per un’avventura a lieto fine. Ed è un dettaglio, questo, da non trascurare: la Fiorentina non aveva trascurato alcun particolare per mettere il campione tedesco nelle condizioni per rendere al meglio.

I veleni che avevano accompagnato la sua “fuga” dalla Germania furono presto dimenticati. Il valore della squadra e del navigato tecnico Gigi Radice era indiscutibile, il clima era da grandi ambizioni. Contraddicendo la sua fama di piantagrane, Effenberg entrò immediatamente in sintonia col tecnico lombardo, di cui divenne un grande estimatore.
Nell’entusiasmo generale la Fiorentina iniziò la stagione a vele spiegate, tanto da venire da più parti indicata come possibile alternativa al rullo compressore del Milan di Capello. Il centrocampista tedesco, dal canto suo, si rivelò come uno dei migliori nel suo ruolo, per la sua sorprendente continuità di rendimento. Mediano, regista, propulsore, attaccante aggiunto: la sua chioma bionda era dappertutto.

Nel match contro la Juve, vinto dai viola per due a zero, annullò il connazionale e diretto avversario Möller.
Di lui avrebbe detto più tardi: «Andy scompare quando le partite sono dure. Lui è un pauroso. Io, invece, non ho paura di niente». Insomma, bastava una boccata dell’aria di casa per fare riaffiorare l’Effenberg-lingua lunga dei tempi più bui della Bundesliga.

Ma finché Radice rimase al suo posto tutto andò per il meglio. Poi, la situazione improvvisamente precipitò, il braccio di ferro tra Radice e la dirigenza portò all’esonero del tecnico e a quel punto anche il biondo tedesco fu travolto dallo sfacelo generale della squadra, che sotto la guida di Agroppi si squagliò come gelatina. Addio feeling con il popolo viola. Il grande trascinatore ormai trascinava se stesso in campo e la gente, che attonita assisteva al crollo verticale della squadra fino alle acque limacciose della zona retrocessione, non glielo mandò a dire.
Al termine della stagione, ormai inviso ai tifosi, Effenber scandì a chiare lettere di non voler mettere mai più piede a Firenze. Lui, un nazionale tedesco, la Serie B proprio non la meritava e comunque non la poteva digerire. In più, si era a un anno dai Mondiali americani del 1994, per cui, giocando in cadetteria, la sua convocazione sarebbe stata a rischio.

I dirigenti viola, però, erano stati chiari, quando la situazione si era fatta critica: ragazzi, rimboccatevi le maniche, altrimenti in B ci filano anche le cosiddette stelle e ci restano finché non riescono a cavarsene fuori, senza sconti per nessuno. Non scherzava, il tedesco, ma non scherzavano nemmeno i suoi interlocutori. Al momento del braccio di ferro, dopo la retrocessione, i dirigenti viola si irrigidirono e minacciarono addirittura di fargli appendere le scarpe al chiodo fino alla scadenza del contratto, se non si fosse messo a disposizione del nuovo tecnico Ranieri senza ulteriori storie.
Rassicurato anche dal Ct tedesco Vogts, a quel punto il leone spelacchiato accettò un anno di purgatorio.
Quello della B fu l’anno della rappacificazione coi tifosi: la squadra, che avrebbe potuto tranquillamente competere con quelle di categoria superiore, vinse il campionato senza problemi ed Effenberg, che per caratteristiche fisiche e agonistiche non temeva certo i climi infuocati della cadetteria, si impose nel suo ruolo con autorevolezza.
Con teutonica puntualità giunse la tanto sospirata convocazione a USA ‘94, che per il loquace centrocampista si sarebbe tuttavia trasformata in un boomerang dagli effetti devastanti.

Nuovamente contestato dai tifosi tedeschi, reagì platealmente mostrando più volte il dito medio alla tribuna e urlando oscenità. Un inqualificabile episodio che non poteva rimanere senza seguito: il ribelle fu rispedito a casa con infamia.
Il fatto non andò giù neppure al club viola. Nonostante l’accertato valore del giocatore, ormai recuperato alla causa, era giocoforza arrendersi all’evidenza e liberare la squadra da un potenziale elemento di instabilità.

Il presidente ragionava in grande e dal Portogallo fece arrivare un certo Manuel Rui Costa, tanto per troncare sul nascere ogni possibile nostalgia dei tifosi. Senza gloria, il reprobo Effenberg chiuse la sua avventura gigliata.
Il “dopo” chiama in causa i suoi valori più autentici. Ritornato all’ovile del Borussia Mönchengladbach, il giocatore a poco a poco ritrovava se stesso e sarebbe certamente tornato in Nazionale, vista la povertà di elementi espressi dal vivaio, se non fosse stato per quella “macchia”.

Fatto sta che in quattro stagioni collezionava la bellezza di 127 presenze e 23 reti in campionato, conquistando, l’estate scorsa, la chiamata del Bayern, per un altro ritorno in grande stile, in vista dell’attuale stagione.
Ora il Bayern fila come un diretto, con Effenberg sulla tolda di centrocampo, da gran regista. C’è stata, è vero, anche una parentesi non proprio edificante: il 15 ottobre la polizia stradale tedesca lo pescava ubriaco al volante, con un tasso alcolico più che doppio rispetto al consentito.
Il suo comportamento in campo, però, non dava adito più a problemi e anzi il suo rendimento gli riapriva le porte della Nazionale.

Che lui rifiutava, ringraziando ma spiegando che intendeva dedicarsi di più alla sua famiglia. Oggi, a bocce ferme, lo si può proprio dire: sul puro piano tecnico, la scelta non era stata affatto sbagliata. Non fosse stato per quel caratteraccio...

di Filippo Manaresi

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