Forza Viola 9/1998



Edmundo si racconta
IL GENIO DELLA SREGOLATEZZA

Questo sarà anche un grande rompiscatole, ma con il pallone tra i piedi è un fenomeno. Un paragone con un grande brasiliano del passato? Nessun dubbio: Amarildo, per il carattere». Giovanni Trapattoni ha dato questa definizione di Edmundo la sera del 20 ottobre, sull’aereo che riportava la Fiorentina a casa dopo la splendida vittoria sul Grasshoppers, a Zurigo. Tre giorni prima il Trap aveva sostituito Edmundo all’Olimpico, venti minuti prima della fine della partita con la Roma, terminata poi con una clamorosa sconfitta della squadra viola, raggiunta e superata durante il recupero. Edmundo era stato protagonista di un gestaccio nei confronti dell’allenatore, ripreso in diretta dalla “Pay Tv”, per la gioia della Gialappa’s, di Gene Gnocchi e degli altri scatenati specialisti della satira sportiva. Si temeva che quel gesto — anche per la pubblicità spietata dei mass media — potesse creare un dissidio profondo tra tecnico e giocatore. Tutto, invece, è finito nel migliore dei modi, soprattutto per merito delle grandi prove offerte sul campo da Edmundo, che ha bloccato sul nascere qualsiasi contestazione. «Molti sostenevano che avrei dovuto dare a Edmundo una punizione esemplare» ha spiegato Trapattoni. «Io non ho considerato quell’episodio un problema per il quale perdere il sonno. Tolsi Edmundo dal campo perché volevo salvaguardare il suo fisico, visto che la partita si era messa sul cattivo e le scorrettezze si sprecavano. Edmundo doveva arrivare fresco e lucido, tre giorni dopo, all’importantissima gara di Zurigo. I fatti mi hanno dato ragione. Contro il Grasshoppers il brasiliano è stato decisivo per le sue giocate, a cominciare dallo splendido assist per Batistuta in occasione del primo gol».

«Sono un impulsivo» ha precisato a sua volta Edmundo «e sul momento non mi sono reso conto di quello che facevo. Contro la Roma avevo giocato un’ottima partita e avrei pagato non so che cosa per segnare un gol. In campo e in tribuna c’erano tanti brasiliani, a cominciare dai miei compagni di Nazionale Cafu e Aldair. La sostituzione mi era sembrata ingiusta. A caldo non riesci a ragionare: non sono stato sicuramente il primo giocatore a protestare nei confronti dell’allenatore che lo invita a uscire dal campo. Soltanto quando mi è passata la rabbia ho capito che non avrei dovuto comportarmi in quella maniera. Con Trapattoni ci siamo chiariti subito e sono stato felice quando mi ha stretto la mano davanti a tutti. Io gli ho promesso che gli avrei fatto dimenticare quell’episodio battendomi al massimo delle possibilità in Coppa Uefa e in campionato. Credo di essere stato di parola».
Edmundo è questo. Se un giorno un luminare di psicologia deciderà di scrivere un trattato su “genio e sregolatezza nel gioco del calcio”, un lungo capitolo dovrà essere dedicato a Edmundo Alves de Souza Neto, anche se nella storia della società viola non mancano altri giocatori da inserire nell’ipotetico trattato come oggetti di studio, come l’uruguaiano Petrone (“artillero” degli Anni 30) che fuggì da Firenze — senza farvi più ritorno — soltanto per un rimprovero dell’allenatore Rady, o come l’argentino Lojacono, rimasto un fuoriclasse incompiuto perché non resisteva al fascino femminile, o ancora come il tedesco Effenberg o il brasiliano Socrates, che trascorrevano gran parte del loro tempo libero davanti a boccali colmi di birra.

Edmundo rientra nella categoria dei calciatori “genio e sregolatezza” non per il suo comportamento fuori dal campo, ma per il suo carattere ribelle. Già in Brasile, quando giocava (e vinceva) nel Vasco da Gama, era stato coinvolto in pesanti polemiche per i litigi con gli avversari, con gli arbitri, con i cameramen, con i giornalisti, culminati in qualche occasione in veri e propri incontri di pugilato; a Firenze, poi, dove Edmundo è arrivato l’8 gennaio di quest’anno, hanno fatto discutere le sue fughe in Brasile e i suoi “bracci di ferro” con la società a causa delle continue minacce di non tornare in Italia. L’ultima minaccia, l’estate scorsa, sarebbe stata messa in pratica se non fossero intervenuti in prima persona il presidente Cecchi Gori e l’allenatore Trapattoni per convincerlo a mettersi in viaggio. Cecchi Gori voleva usare le maniere forti («Se non torni smetti di giocare al calcio»), mentre Trapattoni si era dimostrato un grande mediatore e aveva usato tutta la sua esperienza per completare l’opera di convinzione. Un Trapattoni “pater familias”, come ama definirlo l’amministratore delegato Luciano Luna. Il Trap non ha mai nascosto che Edmundo sarebbe stato un punto fisso del suo “progetto Fiorentina”, e il brasiliano era rimasto subito affascinato dal modo di fare del suo nuovo allenatore. Anche per questo la sceneggiata di Roma aveva fatto clamore, benché il lieto fine fosse scontato (o quasi). La linea morbida, usata nell’occasione da un tecnico notoriamente autoritario come Trapattoni, ha trovato l’approvazione incondizionata dei tifosi, che considerano ormai Edmundo un elemento indispensabile in una Fiorentina in pieno rilancio e di nuovo in lotta (dopo anni di anonimato) per le posizioni di vertice. Che l’episodio di Roma non abbia lasciato tracce e non abbia incrinato i rapporti fra Trapattoni ed Edmundo lo dimostrano non solo le parole di Giovanni dopo la grande partita di Zurigo, ma anche le attestazioni di stima del fuoriclasse brasiliano nei confronti del tecnico.

«In Brasile» ha ripetuto in tante interviste «ho conosciuto diversi ottimi allenatori, ma nessuno può essere paragonato a Trapattoni. Con lui sono rinato dopo un primo anno difficilissimo a Firenze. All’inizio ho avuto diversi problemi dovuti al clima freddo, al mancato ambientamento da parte della mia famiglia e alle incertezze del mio impiego. Con Malesani non sapevo mai, fino all’ultimo momento, se avrei giocato e in che modo sarei stato impiegato. Mi ero intristito, mi sentivo solo. Per questo ho dubitato di tornare a Firenze. A farmi decidere sono state soprattutto le telefonate di Trapattoni. Ha cominciato a chiamarmi subito dopo il Mondiale e ha dimostrato di aver capito la mia delusione per il mancato inserimento nella formazione della finalissima con la Francia. Con lui mi sono sfogato come si può fare con un padre. Mi ha convinto a tornare a Firenze soprattutto quando mi ha confessato tutte le difficoltà che anche lui ha incontrato in Germania. Ricordo la frase precisa: “Se si è uomini forti, si supera qualsiasi contrarietà”. Dopo il mio ritorno a Firenze ha saputo mettermi a mio agio, mi ha contagiato col suo entusiasmo. Sono veramente rinato, insomma. Trapattoni mi fa giocare sempre, parla con me tutti i giorni, non solo di calcio, anche di tante altre cose, a cominciare dai problemi familiari. Di lui mi ha colpito in particolare il carattere. Ci ha insegnato a credere nella vittoria fino all’ultimo fischio dell’arbitro. Con l’Udinese è successo proprio così. Nel campionato precedente una partita come quella non l’avremmo mai vinta».

Però a Roma...
«È stato un infortunio, un episodio isolato. Se rigiocassimo mille volte, nelle stesse condizioni, quella partita, la Fiorentina vincerebbe sempre».
Magari con Edmundo in campo fino al 90’?
«Non casco nel tranello. Lo ripeto: quella partita è lontana anni luce. L’unico insegnamento che ci è venuto dal risultato negativo è che non dobbiamo mai mollare. Proprio come vuole Trapattoni».

La trasformazione della Fiorentina rispetto al campionato scorso è merito dell’allenatore?
«In parte sì, ma non ci sono dubbi che questa è una Fiorentina più forte grazie ai nuovi acquisti. Non nascondo che mi ero preoccupato leggendo che Serena era stato ceduto all’Atletico Madrid. Michele era un punto di forza della nostra difesa, non sapevo chi l’avrebbe sostituito. Poi a Firenze ho trovato Torricelli: se Serena era un grande difensore, Torricelli è grandissimo. Con la Juventus ha vinto tutto quello che c’era da vincere. Anche Heinrich, Repka e Amor sono abituati a lottare per i grandi traguardi. Un anno fa la Fiorentina dipendeva quasi esclusivamente da Batistuta. Ora Batigol non è più solo. La “rosa” è più larga e più competitiva. Se permette vorrei aggiungere che anch’io ho vinto moltissimo in Brasile, anche se quel campionato è diverso e meno difficile rispetto a quello italiano, spagnolo, tedesco».

Nella prima parte della stagione lei ha già segnato gol importantissimi, sia in campionato, sia in Coppa Uefa...
«Vedere le proprie fotografie sulle prime pagine dei giornali per i gol è molto bello, ma più che segnare a me interessa vincere. Lo dissi dal giorno del mio arrivo a Firenze: sono qui per far vincere a Batistuta la classifica dei cannonieri con i miei assist. A Zurigo, dopo l’azione del gol di Bati, ero felice come lo sono stato quando ho segnato io contro l’Hajduk, contro l’Udinese e la Salernitana».
Dove può arrivare questa Fiorentina?

«In alto, molto in alto, sia in campionato sia in Coppa Uefa. Ormai conosco bene il calcio italiano e ho imparato anche a mie spese quanto sia difficile competere con grandi squadre come la Juventus, la Lazio, il Milan, la Roma, l’Inter, il Parma. Non so se siamo maturi per lo scudetto, ma sicuramente lotteremo per il vertice fino al termine del campionato. So che i tifosi chiedono proprio questo».
Adesso lei è considerato il giocatore brasiliano più forte fra quelli che giocano in Europa...
«Ringrazio per l’elogio, ma penso che sia un’esagerazione. In Italia c’è Ronaldo che sicuramente tornerà quello di qualche anno fa e ci sono anche un emergente come Amoroso e un esperto come Cafu; in Spagna ci sono Denilson e Rivaldo. In Italia, almeno per il momento, sono il brasiliano primo in classifica. È un motivo d’orgoglio anche questo».

In Nazionale, dopo il declino di Bebeto e Romario, dovrebbe avere il posto assicurato.
«Della Nazionale, per ora, ho soltanto il ricordo bruciante della delusione nella finalissima. Dopo quello che era successo a Ronaldo speravo di giocare dal primo minuto e di contribuire alla conquista del titolo mondiale. Invece Zagallo mi ha mandato in campo negli ultimi minuti e il risultato è stato umiliante. Del futuro non parlo. Luxemburgo, il nuovo Ct, ha cominciato giustamente a fare esperimenti e a provare i giovani, primo fra tutti Elber del Bayern Monaco. A me basterà giocare negli impegni ufficiali».
In dicembre ci sarà la Confederation Cup.
«Per impegni ufficiali intendo la Coppa America e, soprattutto, i Campionati del Mondo. Ho 27 anni, credo di non avere ancora dato tutto quello che potrei dare».

Ma di quel 12 luglio, giorno della finalissima a Parigi, che cosa le è rimasto?
«Un ricordo amarissimo; il giorno più brutto della mia carriera per il dramma di Ronaldo, per l’umiliazione provata per l’esclusione dalla formazione iniziale, per la sconfitta che brucia ancora. Un giorno come quello non lo auguro neppure al peggior nemico. La rabbia non l’ho ancora smaltita e a ogni gol che segno con la Fiorentina penso a quelli che avrei potuto segnare ai Mondiali, se Zagallo mi avesse dato più fiducia. Per la Fiorentina forse è meglio così...».

Edmundo genio e sregolatezza. Ugo Poggi, vicepresidente della Fiorentina, lo ha definito «un timido che riesce a sfogarsi soltanto su un campo di calcio». Che in fondo Edmundo sia un buono lo dimostra l’episodio accaduto alla fine della partita con l’Udinese, quando dedicò il gol decisivo al figlio Edmundo junior, nato da pochi giorni. Nel lasciare il campo, Edmundo si avvicinò al suo connazionale Amoroso, gli regalò la maglia e lo consolò con questa frase: «Mi dispiace di averti dato questa amarezza. So bene che cosa si prova quando si perde così. Sei giovane e bravo, ti rifarai. Vedrai che un giorno giocheremo insieme con la maglia della Nazionale brasiliana». Così parlò Edmundo.

di Raffaello Paloscia

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