Forza Viola 4/1999



L'eco della stampa/Dicono di noi
IN FINALE COL BRIVIDO

Un pari, quello con la Salernitana, che non aiuta a coltivare sogni di scudetto. Soprattutto perché la Lazio viaggia col vento nella schiena. Occorre una reazione, subito. Che arriva al “Franchi”, contro il Parma dell’ex, Alberto Malesani. Manca Batistuta, non c’è nemmeno Edmundo. È una mezza impresa, a pensarci. Ma la Fiorentina getta in campo il cuore. E col cuore si vince.

La Fiorentina dà un dispiacere a Malesani
Una risposta all’assenza di Edmundo, che in questo momento dalla squadra è piuttosto lontano, mentalmente. Si può anche interpretare così, la vittoria sul Parma. Lo fa Sandro Picchi, sulla “Nazione” dell’8 marzo: «Il cuore. La Fiorentina non ha alternative: deve buttare in campo quello che ha e anche quello che non ha. Temperamento, grinta, convinzione. Deve prima di tutto credere nell’impossibile, che nel calcio spesso equivale al possibile. Dunque, grande animo. E l’animo c’è. Forse lo rende più solido – è un’ipotesi – anche l’assenza di Edmundo, giocatore che fa spettacolo ma non fa squadra. Chissà, probabilmente i giocatori hanno qualcosa da dimostrare anche a lui». La pensa così pure il direttore del “Corriere dello Sport-Stadio”, Mario Sconcerti, che esalta le doti del gruppo e di quelli che lo tengono unito: «Rui Costa prende per mano questa Fiorentina e ne rimette insieme il carattere, in questo aiutato alla grande da Moreno Torricelli, la cui ferocia tiene in soggezione il Parma lungo tutta una fascia e fa sentire meno sola la Fiorentina quando il vento s’alza e soffia la bufera. Il Parma è per lunghi tratti del primo tempo padrone del campo, ma la Fiorentina è dura, unita, compatta: vuole vincere. È la prima Fiorentina senza Edmundo ed è chiaro che per i giocatori è stato molto importante. I riflessi della sentenza di Rio hanno fatto quello che Trapattoni e la società dovevano fare qualche domenica fa: hanno dato fiducia non a un uomo, sia pure un fuoriclasse, ma a tutto il resto, cioè alla squadra». Su “Repubblica”, Gianni Mura individua un altro artefice del successo: «Trapattoni ha avuto le risposte che cercava, oltre ai tre punti indispensabili per il morale della truppa. Toldo, Torricelli e Rui Costa sono state le colonne portanti, ma tutti si sono spremuti al massimo in assenza dei grandi solisti. Nel preparare queste partite da ultima spiaggia il Trap rimane un maestro. I suoi non ci hanno messo solo cuore e fiato, ma anche la giusta concentrazione».

Coppa Italia: col Bologna si soffre, ma è finale
Tra paura e gioia, tra angoscia e allegria. Doveva essere una passeggiata, il ritorno della semifinale di Coppa Italia contro il Bologna. Diventa una strada in salita dopo che il Bologna va in vantaggio due a zero e raddrizza la situazione. La Fiorentina riagguanta il pari ai supplementari, trascinata dal suo Re Leone che rientra e si lancia all’attacco con la solita grinta. Un pari che vale la finale di Coppa, una partita che è puro spettacolo. «Eh sì, questo è calcio» scrive il direttore della Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, l’11 marzo. «Vedo precipitare in un ridicolo Nulla le chiacchiere odiose. Escono di scena paladini, fantasmi e burattini. Il vero calcio, che nessuno riuscirà a distruggere, è questo che Fiorentina e Bologna hanno saputo offrirci in una semifinale di Coppa Italia che, dopo quel perentorio 2-0 dei viola all’andata, sembrava un banale atto notarile. E invece siamo rimasti inchiodati davanti al televisore, conquistati da un fermento di emozioni e di spettacolo. E soprattutto di coraggio: quello con cui il Bologna di Mazzone, sotto di due gol, ha deciso di ribellarsi al suo destino... Carletto Mazzone, imbottito come un esploratore polare, era stranamente tranquillo in panchina, come se quel crescere dell’impresa fosse al di là delle sue emozioni. Sulla panchina opposta, un Trapattoni elettrico. Simpatia contro simpatia. Era davvero arduo, per uno spettatore neutrale, fare il tifo per qualcuno. E noi lo facevamo per il calcio brillante di una serata magica». Questione di cuore, secondo Alessandro Bocci di “Tuttosport”. C’era contro il Parma, latitava nella sera di Coppa: «Il cuore aveva sostenuto la Fiorentina contro il Parma. E il cuore rischia di tradirla in Coppa Italia. Il cuore, la grinta e il carattere non fanno invece difetto al Bologna, o a quel che resta dei rossoblù... La Fiorentina per mezz’ora è inguardabile e quando si sveglia è sotto di una rete, magistrale, di Binotto. Poi si scuote dal torpore, diventa minacciosa, ma i suoi attaccanti non sono ispirati e Antonioli è in serata di vena». La sera del ritorno di Batistuta nasce come una festa, sembra trasformarsi in un’amara commedia, finisce per fortuna in allegria. La racconta così, su “Repubblica”, Benedetto Ferrara: «Più che una festa era un afterhour, uno di quei party che iniziano quando tutto è finito. Tutti qui per vedere Batistuta che va in panchina in una notte che sembra facile facile, visto che all’andata la Fiorentina ha vinto due a zero a Bologna. Ma sì, sarà una festa. Peccato che manchi un po’ di gente. Molta Fiorentina, per esempio. Che è ancora a dormire. Nessuno ha avvisato i giocatori del Trap, almeno quelli che si sono presentati un po’ assonnati e poco motivati all’idea di divertirsi e far divertire. È così che Mazzone recupera due gol con semplicità, ricordando ai viola, almeno fino a un soffio dalla fine, che c’è sempre una prima volta, anche per perdere in casa... Batistuta ci mette il cuore, quello che infiamma i tifosi. Sbaglia una facile occasione, ma almeno sveglia i suoi, ricordandogli quello che Rui Costa aveva provato a spiegare per tutta la partita: che oltre a una finale esiste anche un orgoglio». Per fortuna, la Fiorentina lo ha ritrovato ai supplementari. Abbastanza per raggiungere la finale di Coppa Italia.

A Venezia l’incubo dei viola si chiama Recoba
Crolla, la Fiorentina, sotto i colpi del Venezia che ha ritrovato risultati e carattere. Quattro gol al passivo sono una brutta botta ai sogni di scudetto. Difficile da spiegare, anche. Ci prova, sulla “Nazione” del 15 marzo, Sandro Picchi: «Il ko di Venezia ha una spiegazione elementare alla quale se ne può aggiungere una più articolata. La spiegazione elementare comincia e finisce con Recoba, con l’abilità di Recoba nelle punizioni dal limite... Ma c’è, in tutto questo, anche una responsabilità della Fiorentina che, pur conoscendo la pericolosità di Recoba, non sa evitare i falli dal limite e ne commette due forse evitabili con Repka e con Amoroso... La spiegazione più articolata passa attraverso la decisione di Trapattoni di schierare il tridente, togliendo un uomo da un centrocampo già un po’ traballante per le non buone condizioni di Cois e Amoroso». Ci sarebbe Batistuta, finalmente in campo dal primo minuto. Non al massimo, però. E poi, scrive sul “Corriere dello Sport-Stadio” Luigi Ferrajolo, neanche a un fuoriclasse si possono chiedere miracoli. «Ma Batistuta non sempre può risolvere tutto e del resto anche con lui in trasferta Trapattoni ha raccolto pochissimo: nelle ultime dieci, ha vinto solo ad Empoli e perso sei volte, con o senza Batigol. Che, per quanto fondamentale, non può mascherare le fragilità strutturali della squadra... Una squadra senza un gioco particolarmente collaudato, che vive molto sul talento e gli sprazzi dei suoi campioni, naturalmente stenta un po’ se perde un fantasista come Rui Costa, non ha più Edmundo e deve concedere un inevitabile rodaggio al suo uomo migliore». Non basta, questa volta, Batistuta. Per il semplice motivo che non è ancora al top della condizione. E la Fiorentina deve fare a meno di un altro giocatore fondamentale per il suo gioco. Lo ricorda, su “Repubblica”, Gianni Mura: «Il risultato più clamoroso è quello di Venezia. Dove si può anche perdere, la Lazio lo sa bene, ma quattro gol sono tanti. Alla Fiorentina non è bastato il ritorno dall’inizio di Batistuta, che non è ancora ai suoi livelli. Anzi, ha pagato l’assenza di un altro giocatore difficilmente sostituibile: Rui Costa». Ma il problema più grande resta un altro, osserva Luca Calamai sulla “Gazzetta dello Sport”: «Quando c’è, è un problema. Quando non c’è, pure; Edmundo, sempre Edmundo. Un tormentone infinito. Il centravanti carioca vuole tornare subito a Rio de Janeiro; Cecchi Gori lo vuole subito in campo... La patata bollente è, da ieri sera, nuovamente nelle mani di Giovanni Trapattoni. Il tecnico di Cusano Milanino si trova in una situazione imbarazzante. Da una parte c’è un intero spogliatoio che ha emarginato Edmundo; dall’altra c’è la necessità tecnica di ritrovare un giocatore che, con i suoi mille difetti e con il suo carattere impossibile, è in grado di valorizzare questa squadra... Una battaglia dal risultato incerto. Ma la Fiorentina ha bisogno di un’iniezione di sangue blu per restare aggrappata al treno scudetto. Ha bisogno di Edmundo. Quello vero».

I sogni rinascono in zona Cesarini
Ventiseiesima con brivido. Rischia di perdere l’ultimo tram per lo scudetto, la Fiorentina. Lo riagguanta al volo, anche se la Lazio continua la sua marcia e resta a più cinque. Una giornata di calcio non proprio brillante, ma tre punti che lasciano accesa la speranza. «Per molti minuti nel pomeriggio» scrive sul “Corriere dello Sport-Stadio del 22 marzo il direttore Mario Sconcerti, «la Lazio sembrava aver chiuso la partita-scudetto. La Fiorentina pareggiava in casa e il Milan perdeva. Non hanno giocato bene i viola, troppo presto in vantaggio (bentornato Batistuta, al gol nella prima partita giocata per intero dopo l’infortunio) e con un Repka molto innervosito, come all’andata, dall’agilità di Rastelli e Inzaghi. Edmundo gioca bene di prima, ma non salta mai l’uomo, Oliveira è scomparso ormai da tempo, benissimo Heinrich e Torricelli. La svolta viene però da Collina, che in due minuti dà un rigore a Repka (gol di Inzaghi) e poi butta fuori lo stesso Repka per un’entrata stizzosa e niente più. Trapattoni mette Esposito ed è premiato. L’attaccante segna al 92’ e tiene in corsa la squadra». Cronaca di una rinascita in zona Cesarini. A cura di Sandro Picchi sulle colonne della “Nazione”: «Sembra tutto finito. Fiorentina in dieci, stanca, avvilita, modesta. E novantesimo passato da venti secondi. Sembra lungo anche il lancio di Amor, uomo d’esperienza che si prende la responsabilità del tocco profondo. Ma Heinrich è tedesco e si sa che i tedeschi non mollano. Si butta, aggancia col sinistro il pallone sulla linea di fondo e lo mette al centro. Qui Esposito tiene in vita la stagione sua e quella della Fiorentina con la deviazione che batte un Piacenza ordinato, italiano (negli uomini e nel modulo) e sfortunato». Come sempre, è una questione di cuore. Non si vede quello di Edmundo, secondo Alessandro Bocci di “Tuttosport”, ma batte forte quello di Carmine Esposito: «Il gol che rimette in piedi la Fiorentina lo segna lo scugnizzo Esposito quando anche il più ottimista tra i tifosi aveva salutato il sogno scudetto. Nella domenica che avrebbe dovuto sancire il rilancio di Edmundo, spunta l’ex cannoniere dell’Empoli, chiamato in estate quando sembrava che il brasiliano di tornare a Firenze non avesse nessuna intenzione. Edmundo contro il Piacenza gioca con sufficienza, sbaglia tanto, troppo, e viene sostituito dopo un’ora. Esposito non ha la classe del collega, nè gli stessi colpi. Ma non gli manca il cuore, quello che gli permette di inseguire l’ultimo pallone e di dare alla Fiorentina tre punti belli e preziosi. E Firenze continua a sognare». Alla fine non è festa, ma almeno si può sorridere. Lo merita Trapattoni che, come ricorda Alessio da Ronch sulla “Gazzetta dello Sport”, ha appena raggiunto un traguardo storico: cinquecento vittorie in Serie A sono un bel biglietto da visita. «Cinquecento volte a pugni stretti, cinquecento volte con lo sguardo fisso verso il cielo a urlare con tutta la voce residua un bel sì. Giovanni Trapattoni infila l’ennesimo traguardo di una carriera all’insegna dei primati, esattamente come fece col primo successo: con la stessa grinta, la stessa determinazione, la stessa, lucidissima interpretazione della partita... Trap non ha perso la voglia di rischiare, nè quella di accettare sacrifici e sofferenze in cambio della gioia di un momento: già durante la scorsa estate aveva chiesto a Cecchi Gori un bel gruzzolo da spendere alla ricerca di quelli che riteneva essere gli uomini giusti per la “sua” Fiorentina vincente. Insieme al nerboruto Repka, vincitore di due scudetti con lo Sparta Praga, aveva preteso l’arrivo di Torricelli, uomo targato Juventus, e del costosissimo Heinrich, 23 miliardi, il giocatore più caro della storia della Fiorentina, oltre al duttile Amor. Tre uomini con tanto passato alle spalle da far dubitare del loro futuro. Lui, però, li aveva potuti già fissare negli occhi tanto da scorgervi quel lampo guerriero di chi guarda, come lui e Rocco, sempre avanti». Una volta di più, c’è un problema in attacco. Diventa sempre più difficile rivedere la coppia Batistuta-Edmundo al meglio. «Se l’argentino ha evidenziato una condizione ancora precaria» scrive sul “Corriere della Sera” Mario Gherarducci, «cercando di camuffarla con un impegno rabbioso che il pubblico ha sottolineato con applausi scroscianti, il brasiliano ha offerto a tratti il peggio del proprio repertorio. Ciondolante in mezzo al campo, quasi indisponente nel sembrare un corpo estraneo alla squadra. Edmundo perdeva palloni su palloni, senza mai scorgere il compagno smarcato, salvo esibirsi in accelerazioni improvvise e in velleitarie serpentine che servivano a poco». Nonostante tutto, bisogna crederci ancora. Tenere il passo di una Lazio scatenata, e intanto inquadrare il primo traguardo a portata di mano. C’è la Coppa Italia; c’è (ancora una volta) Alberto Malesani sul cammino della Fiorentina.

di Marco Tarozzi

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