Forza Viola 1/1999
L'eco della stampa/Dicono di noi
RAZZA PADRONA
Concentrarsi sul campionato dopo la rabbia per lesclusione
dallEuropa. Non resta altro da fare, alla Fiorentina, e capitan Batistuta
e compagni ci si mettono dimpegno. Cè da difendere il primato
in classifica, cè da pensare seriamente a quella cosa che non si
può dire ma che è nella testa di tutti. Dei giocatori, di Trapattoni,
dei dirigenti, dei tifosi che ormai si sentono autorizzati a sognare. La marcia
continua, inarrestabile. Arriva lInter al Franchi e finisce stesa, schiacciata
dalla forza e dal carattere dei viola. «Al di là di qualunque analisi
tecnica» scrive il direttore del Corriere dello Sport-Stadio,
Mario Sconcerti, il 23 novembre, «quello che decide subito la partita
è la diversa predisposizione psicologica. La Fiorentina ha forza e rabbia,
sente la vittoria sulla pelle, pressa su ogni pallone, non butta via niente.
Corre, si moltiplica, mette i suoi formidabili attaccanti in condizione di giocare
spesso in superiorità numerica. LInter impressiona per come subisce,
per come arretra, quasi la Fiorentina la prendesse a spinte... È dal
campo che viene il segnale più forte, qualcosa che porta la città
ad una specie di autocoscienza che non spaventa più: la Fiorentina cè.
Non si tratta più di sognare. Stavolta forse basta vivere». Appunto.
Anche perché questa grinta, questa voglia nuova non sono arrivate per
caso. Cè chi le ha costruite, le ha fortificate. Enzo Bucchioni,
sulla Nazione, lo ricorda: «La temperatura scende, la Fiorentina
sale. Più tre dice il termometro del campionato e Trapattoni
si spoglia. Tutti si presentano col piumino e il cappello, lui in giacca, cravatta
e testa scoperta per sfidare lInter, il freddo e il campionato. È
questo Giovanni Trapattoni. Il vero Fenomeno è proprio lui, un ragazzo
di sessantanni e mille trionfi che ha ancora dentro il fuoco. A quel fuoco
si sta scaldando la Fiorentina. È in fuga: fuga vera. È squadra:
squadra vera».
Autorizzati a sognare
E una squadra vera non si ferma davanti a nulla, nemmeno a una
partita apparentemente in salita come quella di Bari. Si può anche giocare
in affanno, se alla fine si torna a casa con un punto preziosissimo, considerando
le sabbie mobili in cui vanno a impantanarsi le avversarie dirette nella corsa
alla vetta. «È finita con un assedio» scrive Luciano Bertolani
sul Corriere dello Sport-Stadio del 30 novembre. «La Fiorentina, costretta
con le spalle al muro dai feroci assalti del Bari, ha rischiato losso
del collo, si è aggrappata a Toldo e Torricelli, i suoi uomini migliori,
e ha portato via un punto reso pesante e buonissimo dalle sconfitte incassate
da Juventus e Milan... La squadra viola è piaciuta per lardore
che ha messo in campo e per la grande concentrazione che ha sempre sostenuto
i difensori, tra i quali è salito alla ribalta Torricelli... Il primo
pareggio della stagione e soprattutto linterruzione della costante negativa
in trasferta (tre sconfitte di fila) consente ai viola di galoppare a briglie
sciolte e in solitudine alla testa della classifica ma, al di là di questo,
da Bari è uscita una Fiorentina non bellissima e arrembante come in altre
occasioni, però certamente più matura e forse più cosciente
delle proprie possibilità». Qualche dubbio affiora dalla cronaca
di Sandro Picchi sulla Nazione dello stesso giorno: «La risposta
che si chiedeva a questa squadra, sconfitta nelle precedenti tre trasferte,
arriva dunque soltanto parzialmente. Va bene il risultato, va bene la difesa
demergenza che trova nellumiltà dei suoi mezzi un rendimento
efficace, va bene lo spirito gigantesco di Torricelli, ha molte attenuanti il
centrocampo (subisce, non crea, ma i due laterali fanno i terzini, Bigica arretra
e Cois resta solo). Preoccupano invece i fuoriclasse dellattacco. Preoccupano
perché sono alla terza trasferta negativa». Ma alla fine quello
che conta è raggiungere lobiettivo. E il Trap, assicura Alessio
Da Ronch sulla Gazzetta dello Sport, ha raggiunto il suo: «Ecco
finalmente la Fiorentina che si piega ma non si spezza. La squadra che sa capire
quando il vento soffia nel senso contrario e si accomoda quatta quatta nella
scia dellavversario, chiunque esso sia. Lo si vede nei ripiegamenti difensivi
continui e puntuali di Oliveira, ma anche in quel Robbiati che termina lincontro
nel ruolo di terzino sinistro, dove se lo ricordano impiegato solo nella squadra
delloratorio quando era un ragazzino, e lo si nota pure nei rinvii a
campanile, scomposti ma efficaci, di Firicano, nella vigoria quasi puglistica
con cui Cois atterra De Ascentis, nel ruggito rabbioso di Torricelli, nella
guardia puntigliosa che Heinrich monta allastro nascente Zambrotta. Come
sembrano lontane Parma e Piacenza, sedi delle ultime due trasferte dei viola,
teatri di arrendevolezza, tristi ricordi». Daccordo Alessandro Bocci,
che su Tuttosport commenta: «I puristi del gioco non saranno
contenti per la prestazione della Fiorentina, Trapattoni invece lo è.
E ha ragione lui: i viola dovevano interrompere la serie negativa fuori casa,
dovevano dimostrare di saper lottare anche con le cosiddette provinciali, dovevano
mostrarsi grandi anche con le piccole. Sotto questo profilo, Bari è una
tappa importante, forse fondamentale».
Notte amara in Coppa
In mezzo scorre la Coppa Italia. La Fiorentina trova una notte
strana a Bergamo, una di quelle in cui Edmundo sale in cattedra, nel bene e
nel male. Il brasiliano segna, è incontenibile, ma riesce anche ad arrabbiarsi
con larbitro e a farsi cacciare dal campo. Non è, in ogni caso,
una sconfitta irrimediabile. E Sandro Picchi, sulla Nazione del
3 dicembre, la commenta così: «Edmundo, sempre lui. Il brasiliano
strapazza la difesa dellAtalanta, segna un gol, anzi due perché
secondo le disposizioni della Fifa anche lautorete di Rustico sarebbe
da attribuire a lui, arriva a quota cento reti in carriera e le festeggia a
modo suo, facendosi espellere da Trentalange. Edmundo si mette a discutere con
larbitro in un momento che non giustifica assolutamente le proteste e,
dopo un applauso ironico, si vede mostrare il cartellino rosso. Larbitro
scuote la testa e si lascia sfuggire un commento: incredibile. La
partita, in quel momento la Fiorentina è in vantaggio per 2-1, prende
una svolta. O se vogliamo prende una brutta piega per la squadra viola, che
gioca in dieci e subisce, oltre a qualche colpo di sfortuna (due clamorosi pali
di Batistuta), anche la reazione vibrante dellAtalanta». E Paolo
Condò, sulla Gazzetta dello Sport, aggiunge: «Se avete
voglia di dire qualcosa a Edmundo, accomodatevi pure. I suoi compagni, che ormai
lo conoscono bene, non osano. Assistono sgomenti alla sua lenta uscita dal campo,
minuto 37 del primo tempo, e come accennano a una carezza, un buffetto, insomma
alzano la mano, quello li guarda come si guarda uno scorpione o una suocera,
non mi toccare o giù di lì. Il cartellino rosso di
Trentalange, che evidentemente ravvisa qualcosa di poco urbano nei mormorii
del brasiliano e gli risponde, ricevendone in cambio un applauso suicida, viene
dopo le due perle, e la seconda è maradoniana, confezionate dal turbolento
fuoriclasse. Arduo decidere se Edmundo sia più turbolento o più
fuoriclasse, di certo siamo ad altissimi livelli in entrambe le specialità.
Altrettanto certamente lespulsione cambia la partita: un confronto che
la Fiorentina stava amministrando con una certa tranquillità diventa
una marcia via via più complicata verso il ritorno». Sullepisodio
sorride Benedetto Ferrara tra le righe di Repubblica: «Forse
faceva troppo freddo. Oppure gli era rimasto qui quel cartellino rosso che Trentalange
gli aveva sventolato in faccia alla prima di campionato. O, addirittura, arrivato
al gol numero cento in carriera, avrà pensato che per il momento poteva
bastare così. I misteri della psicologia di Edmundo sono infiniti ed
è veramente difficile capire per quale motivo, dopo lennesimo numero
spettacolare dentro una partita che girava tutta nei suoi piedi, il brasiliano
si è messo a discutere con Trentalange a metà campo per arrivare
a quel battito di mani che ha fatto schizzare in aria il solito cartellino rosso...
Così Bergamo ringrazia Edmundo, ragazzo dai tocchi sopraffini che a un
certo punto avrà pensato: basta, vado via».
Una beffa al Bologna
Fiorentina-Bologna è uno strano derby dAppennino.
I rossoblù lo gestiscono, i viola lo vincono. Come sempre, vince la filosofia
del Trap, che mette in tasca altri tre punti fondamentali e ringrazia la sorte
e il carattere dei suoi. «Di solito» scrive Paolo Condò sulla
Gazzetta dello Sport del 6 dicembre, «vittorie del genere
invitano al detto è lanno buono; e infatti, uscendo
dallo stadio, senti correre lo slogan di bocca in bocca fra sorrisetti imbarazzati
e sane reazioni cotte alla brace toscana (O grullo, e te tu ti sei già
dimenticato anni di sculo!). Tutto vero, e a questo punto parlare di scudetto
è persino riduttivo: se dopo una partita simile la Fiorentina se ne va
con tre punti, Cecchi Gori può allestire un charter per portare i giocatori
a Las Vegas. La sbancherebbero in una notte». Due uomini, questa volta,
decidono le sorti della partita secondo Sandro Picchi, che ne evidenzia i meriti
sulla Nazione: «Il calcio offre queste sproporzioni: i meriti
da una parte, i punti dallaltra. Non è la prima volta, nè
sarà lultima. Al Bologna resta lamarezza, la Fiorentina si
riscalda con i tre punti che confermano la sua posizione di leader della classifica.
Si riscalda e ringrazia. Ringrazia prima di tutto Toldo, bravissimo in quattro
circostanze e semplicemente miracoloso nel finale su Signori. E ringrazia il
solito Batistuta, uomo gol di straordinaria continuità: 120 reti in Serie
A, 12 in questo campionato». Insomma, tira una gran bella aria, anche
secondo Ivan Zazzaroni del Corriere dello Sport: «Se il Bologna
è anche un parametro di certo è una squadra, una squadra
bella e maggiorenne questa Fiorentina è da scudetto o, nella più
realistica delle ipotesi, dentro un anno da scudetto, che è facilmente
riconoscibile da due elementi: la continuità di risultati (in casa Batistuta,
Edmundo e compagnia subordinata hanno fin qui preso tutti i punti disponibili,
diciotto) e la fortuna. Una settimana fa un Bologna altrettanto arrembante ma
certamente non migliore di quello che abbiamo visto perdere al Franchi aveva
dato tre pappine alla Juventus, due nei primi dieci minuti: e questo
ecco il parametro la dice lunga sulla condizione di vento a favore in
cui viaggia la formazione di Trapattoni, capace di cavare altri tre ragni da
un buco invisibile o se preferite: alla Trap di infilare (altri)
tre gatti in un sacco che sembrava chiuso». E il bello è che, come
fa notare Alessandro Bocci su Tuttosport, più si va avanti
più i successi diventano determinanti per la classifica: «Sesta
partita, sesta vittoria. La Fiorentina del Trap, davanti ai propri tifosi, non
perde un colpo. Quello con il Bologna è il successo più prezioso,
visto il momento e gli infortuni, ma nel complesso meno meritato. La differenza
in questo derby dellAppennino la fa Toldo. Della Fiorentina siamo abituati
a magnificare le giocate del suo micidiale attacco, però altrettanto
importante si va confermando il portiere. Toldo è il migliore in campo».
Per Benedetto Ferrara di Repubblica, «avrà pure ragione
Mazzone ad arrabbiarsi per lingiustizia di un risultato che non premia
la superiorità totale della sua squadra, che quando non trova Toldo trova
il palo, in una gara che corre a senso unico per almeno un tempo, il secondo.
Ma la scioltezza di un Bologna che si presentava a Firenze dopo sedici risultati
utili consecutivi e sette partite fuori casa senza subire gol, è servita
solo a imprecare contro la sfortuna, Toldo, il palo e tutto quello che ha fregato
Mazzone e i suoi, padroni di una sfida di cui, alla fine, resta solo il risultato
e quei tre punti che tengono la Fiorentina lassù, nonostante i muscoli
affaticati e doloranti di mezza squadra e il grande equivoco tattico su cui
Trapattoni insiste, visto che porta i punti».
La Signora in rosso
E finalmente arriva il giorno di Fiorentina-Juventus. Alla vigilia,
sulla Nazione, anche il presidente Vittorio Cecchi Gori spiega i
motivi nuovi della sfida e il suo particolarissimo stato danimo: «La
sfida con la Juventus è sempre un po speciale. Questa volta è
specialissima. Con la Fiorentina in testa alla classifica si ribaltano i ruoli
degli ultimi anni: sono loro, i bianconeri, che inseguono. E noi, viola, inseguiamo
un sogno... La rivalità spesso esasperata degli anni scorsi si è
gradualmente trasformata in una rivalità accesissima, ma nei binari della
civiltà e della correttezza. È quello che volevamo, è quello
per il quale ci siamo battuti per anni. Il successo è doppio: in campo
e sugli spalti. E anche la mia soddisfazione di presidente è raddoppiata».
Domenica sera, è una notte di gloria e felicità. Una sensazione
che coinvolge tutti, che avvolge la città intera. Un bel sogno, appunto,
ma di quelli che vanno vissuti ad occhi aperti e respirati a pieni polmoni.
Scrive Franco Arturi sulla Gazzetta dello Sport del 14 dicembre:
«Firenze una notte così non la viveva da tempi immemorabili. Un
delirio viola si abbatte sul campionato, partendo dalle tribune più belle
e colorate del campionato. LArno si porta a valle lo scudetto della Juve,
precipitata a dieci punti per mano della squadra-città che più
la detesta calcisticamente. La Fiorentina ha ora otto puinti in classifica più
dellanno scorso e 4 di vantaggio sulla seconda, il massimo fin qui. Gioca
con questa maglia luomo-spettacolo per definizione: Edmundo vale come
e più di un Ronaldo, in questo momento. Eppure il capocannoniere è
un altro, si chiama Batistuta e, dopo 13 giornate, marcia ancora al ritmo-gol
più alto di sempre, quello che lo potrebbe portare anche al famoso record
di Angelillo».
E Alberto Polverosi, sul Corriere dello Sport-Stadio, è sulla
stessa frequenza: «Quarantamila bandiere per una vittoria che potrà
forse diventare decisiva per lo scudetto, uno stadio che spingeva la propria
squadra soffiandole dentro energia vitale, entusiasmo, passione. La Fiorentina
ha vinto la settima gara in casa su sette, ha battuto la Juve, lha allontanata
forse irrimediabilmente dalla vetta e ha fatto un altro salto in classifica.
Ha vinto con un colpo di testa di un uomo che ha fatto e continua a fare la
storia della Fiorentina dellultimo decennio: Gabriel Batistuta».
Su Tuttosport, Antonio Barillà ricorda che il bomber argentino
ha sfatato un altro tabù: «La notte delle stelle scaccia lincantesimo.
Batistuta aveva collezionato 129 reti in campionato, prenotato il record di
Hamrin (miglior bomber della storia viola), era diventato il primo nemico dei
portieri, ma con Peruzzi non era mai riuscito a spuntarla. Alla Juve aveva rifilato
due reti: una a Tacconi, laltra a Rampulla. LAngelo era sempre uscito
indenne, complici pure due deviazioni (Sartor e Montero) che avevano trasformato
le sue sciabolate in autogol. Bati sera opposto, rivendicando le firme,
ma non era riuscito a scardinare le statistiche. Così, stanco e urtato,
ha chiuso la faccenda a modo suo, nella partitissima che sintetizza una rivalità
antica e adesso è pure crocevia dello scudetto». A Enzo Bucchioni,
sulla Nazione, il compito di tessere le lodi del vero artefice della
scalata viola ai piani nobili del campionato: «È toccato a Trapattoni
strappare il tricolore dalle maglie della Signora, proprio a lui che ne ha cuciti
sei sulle maglie bianconere. Ma se ieri sera a Firenze cè stato
un simbolico passaggio di consegne, nessun allenatore più di Trapattoni
può meritare di succedere a Lippi nellalbo doro del campionato.
Il vecchio-giovane Trap in pochi mesi ha dato alla Fiorentina grinta e carattere,
ha fatto capire come si fa a vincere dopo tanti anni passati a sognare».
Anche perché, commenta Gianni Mura su Repubblica, là
davanti la squadra viola ha certi pezzi da novanta che non tutti possono permettersi:
«Il problema, emerso anche ieri, è che la Juve può giocare
bene o benino, ma fatica a inquadrare la porta. La Fiorentina può giocare
anche peggio, ma ha degli attaccanti in grado di fare la differenza in ogni
momento. È il caso di Batistuta, che con un gran colpo di testa rinsalda
il primato fra i goleador, ma ieri non era in grande serata. È il caso,
soprattutto, dellimpagabile Edmundo, che alterna momenti di teatrale depressione
in cui chiede a Trapattoni di farlo uscire perché non si diverte ad altri
in cui dribbla quattro avversari e si presenta solo in area. La differenza è
in gran parte qui». Insomma, cè una città che vola,
e non si può certo dire che lo faccia sulle ali della fantasia. A parlare,
ad autorizzare sogni formato gigante, è la classifica.
di Marco Tarozzi