Forza Viola 3/1997



Gli stranieri viola/Dunga
IL "CUCCIOLO" MONDIALE

Quante vite ha vissuto, calcisticamente parlando, Carlos Caetano Bledorn Verri, in arte Dunga? Tante, tantissime, se si pensa che oggi, a trentaquattro anni suonati, si permette di essere ancora un punto fermo della Nazionale brasiliana, dopo essere transitato per il Giappone (Jubilo Iwata), spesso stazione di prepensionamento per vecchi campioni alle prese con gli ultimi spiccioli della carriera. Tante vite, un romanzo a tratti avvincente, condito di un intricato “giallo” sul suo cartellino quando approdò in Italia e di tante, forse troppe polemiche con la Fiorentina che alla fine provocarono il divorzio. Carlos Dunga è stato un grande della storia viola, uno straordinario combattente, anche se non sempre il suo rendimento in maglia gigliata, specie in fondo alla sua avventura, è stato pari agli esiti assoluti della carriera.

Il romanzo comincia dieci anni fa, il 22 luglio 1987, quando Carlos Caetano eccetera sbarca in un tripudio di folla all’aeroporto Galilei di Pisa. C’è attesa, vibrante, attorno al nuovo brasiliano pescato da Anconetani. Cronache informatissime ne hanno annunciato doti importanti. Si sa che il soprannome calcistico, “Dunga”, è il corrispondente di Cucciolo nella versione portoghese della favola di Biancaneve e i sette nani. Lo deve alle sue dimensioni fisiche quando a 15 anni superò il provino con l’Internacional di Porto Alegre. È tuttavia tutt’altro che un edulcorato personaggio da favola. In campo esibisce grinta da vendere, specie dopo che nel 1982, nel campionato sudamericano Juniores, per via di assenze a catena, è stato riciclato da “ponta de lança”, cioè rifinitore con licenza di far gol (una specie di Roberto Baggio), a mediano davanti alla difesa. Dopo l’Internacional, con cui ha vinto due volte il campionato “gaùcho”, è passato al Corinthians, poi al Santos e infine al Vasco da Gama, prima di venire acquistato, così scrive la stampa italiana, dalla Fiorentina e dirottato in prestito al Pisa.

I duemila tifosi che hanno invaso il piccolo aeroporto di Pisa non rimarranno delusi. Rivelando una straordinaria capacità di ambientamento, Dunga si impone come il più forte tra i nuovi stranieri della stagione. A quel punto la vicenda comincia a complicarsi. Di controverso c’è il suo rapporto con la Fiorentina. Il giocatore giura di essere libero come l’aria, l’opzione col club viola è scaduta e il suo presidente conferma, anche se risulta che il giocatore appartenga a una società, la “Batrix”, gestita da Marcel Figer, figlio dell’agente Fifa, con cui la Fiorentina ha già stretto un accordo. A gennaio, il vicepresidente viola Luigi Lombardi annuncia il prossimo passaggio del giocatore nel capoluogo toscano. Subito Anconetani smentisce. Morale della favola: come arriva giugno, Dunga si trasferisce alla Fiorentina. Le ombre sono dimenticate, anche se l’annuncio del suo ingaggio avviene un po’ sottotono: «Ho parlato con Orlandini» dichiara dal Brasile in vacanza «e tutto è risolto. La mia nuova maglia è viola e sono contento. La Fiorentina è una squadra giovane, tecnicamente valida, che aveva bisogno di un pizzico di esperienza e determinazione. Ha preso Dunga che... in fatto di determinazione non è inferiore neppure a Tyson» che allora, detto per inciso, non aveva ancora rivelato la propria propensione gastronomica per il padiglione delle orecchie altrui. La lunga premessa vale per inquadrare un giocatore in tutto straordinario, non solo per il rendimento sul campo (eccezionale, specie nelle prime stagioni), ma anche per i travagli che ne hanno accompagnato l’avventura in maglia viola. Un rapporto perennemente contrastato e chiuso senza sorrisi. Il suo primo campionato parte col piede giusto, anzi, sbagliato. Alla guida della Fiorentina c’è Sven Goran Eriksson, con una squadra dall’ottimo potenziale offensivo (la B-B, Borgonovo-Baggio, produrrà 29 reti), ma anche piuttosto leggera a centrocampo, coi vari Mattei e Di Chiara. Più che logico utilizzare le preziose caratteristiche di Dunga davanti alla difesa, in un ruolo soprattutto protettivo per il quale il brasiliano sembra tagliato su misura. Dopo poche giornate è in testa alle classifiche di rendimento, eppure la cosa non lo soddisfa affatto e nasce la prima polemica. È l’ottobre 1988: «Voglio giocare a calcio, quello bello, non solo tirare calci a un pallone» mugugna coi cronisti; «vorrei essere impiegato come Rijkaard nel Milan. Nel Torneo Baretti, questa estate, avevo giocato più avanti e la squadra era andata bene lo stesso». Il bello è che Eriksson è talmente contento del suo rendimento da paragonarlo proprio all’asso d’ebano del Milan: «È la prima volta che mi capita un giocatore che fa polemica quando gioca bene» risponde il tecnico svedese. «Dunga nel suo ruolo è tra i migliori che ci siano in Europa: soltanto Rijkaard e Ancelotti sono alla sua altezza». Come sempre, il calcio è bello anche perché è vario. Soprattutto nei punti di vista.

In campo, tuttavia, Dunga è un trascinatore; quando la squadra raggiunge il terzo posto in classifica, il conte Flavio Pontello se ne esce con una investitura ufficiale: «Carlos Dunga è il leader di questa squadra. È lui che trascina i compagni con la sua grinta e la sua determinazione». E anche lui, il duro, irascibile piede di ferro viola, finisce finalmente per sciogliersi: «Anch’io ora comincio a divertirmi. La squadra sta imparando a soffrire. A Eriksson a suo tempo ho spiegato che mi divertirei di più giocando alla Rijkaard, cioè libero di muovermi a tutto campo. Pazienza, accetto il mio ruolo, cercherò di vincere la classifica dei contrasti...». La Fiorentina digerisce Dunga in una stagione ricca di contraddizioni, a un certo punto talmente brillante da fare spazio ad ambizioni importanti, poi deludente fino a far decidere il ritorno in Portogallo al tecnico, infine felice, con la qualificazione Uefa conquistata allo spareggio sulla Roma con un gol del vecchio Pruzzo. E lui, il brasiliano, è il principe del litigio in campo: finiscono sotto le sue grinfie spicce Bosco, Carobbi, Battistini, Salvatori, Hysen, Di Chiara, Borgonovo. Gente presa a muso duro, come lo stesso Eriksson o addirittura il dirigente accompagnatore Fiorello Nesti. Al fondo delle sue brusche maniere, tuttavia, c’è una sorta di candore agonistico che rappresenta il segreto del suo successo nel calcio. Lo spiega lui stesso, in quella primavera “calda” dell’89: «Nella vita l’importante è lottare, ma nella società moderna conta vincere. E non una volta sola, altrimenti la gente può pensare che sia casuale. Devi porti un obiettivo e stargli addosso come un cane da caccia. Questo l’ho capito quando avevo quattordici anni e ho lasciato la mia casa e la mia famiglia per cercare gloria nel calcio. Sono così perché sono maturato attraverso mille difficoltà. Quelli come me hanno una sola opportunità nella vita e devono cercare di sfruttarla al massimo. In campo do tutto me stesso per vincere. Non parlatemi di leader. Lo era Falcao, o Zico. Io no, sono soltanto un giocatore che vuole sempre vincere». Il mercato fa ruotare attorno al suo nome un giro vorticoso, il suo passaggio alla Juve a un certo punto sembra cosa fatta, ma la dirigenza resiste alle tentazioni. E puntuali, dopo qualche sofferto mese della nuova stagione, affidata nuovamente alle cure di Bruno Giorgi, ecco le polemiche attorno al brasiliano, il cui rendimento assomiglia solo pallidamente a quello della stagione precedente. Non manca chi collega il suo calo di forma al super-ingaggio mancato, visto che non fa mai mistero di guadagnare una cifra non all’altezza del proprio valore. Col proposito probabilmente di stimolarne la reazione, ma certo con scarsa diplomazia, il tecnico si sfoga dagli schermi di una tivù privata, Rete 37: «In Dunga ci sono ancora le scorie del calciomercato, quando era certo di passare alla Juventus. Invece è ancora qui, presto si abituerà all’idea e tornerà a essere il leader di questa squadra. Perché Dunga è un combattente, deve solo risolvere dei problemi psicologici». Quasi inevitabile, conoscendo il personaggio, la risposta a muso duro: «Mi dispiace che si parli dei problemi psicologici, delle “scorie juventine”, perché non è così: io non penso alla Juve. Sono loro semmai a pensarci. I miei compagni dicono che devo tornare a guidare la squadra, a urlare in campo? Mi dispiace, io sono un buon allievo, imparo subito le lezioni. Non voglio fare il capo-classe, quello è un ruolo che spetta all’allenatore. Quest’anno voglio che la responsabilità sia divisa fra tutta la squadra. Prima il mio carattere era criticato, ora vogliono che torni come un anno fa. No, non va bene».

Un battibecco importante, perché porta a una frattura forse determinante nelle sorti della stagione viola. Previdi auspica un chiarimento tra i due, ma Giorgi, con la ruvidezza di carattere che gli è propria, non lascia spiragli: «Sono stati i giornalisti a inventare questo caso. Visto che a quanto pare parlo un italiano scorretto, che dà adito a interpretazioni errate, da oggi i miei interventi saranno ridotti al minimo indispensabile. Cari signori, è finita la musica. Sono stufo di ritrovarmi sulle prime pagine dei giornali come Cristo in croce. Anzi, ho capito una grande verità: il problema di Firenze è la stampa». Il resto è storia. La Fiorentina chiuderà la propria stagione con una salvezza in extremis, pilotata da un altro tecnico (Graziani), e una malinconica finale di Uefa persa con la Juve. Sono i giorni bui della rivolta per la cessione di Roberto Baggio, che spazzano via la gestione Pontello. Per la prima volta da quando è in Italia, Dunga non ha segnato nemmeno un gol. Il suo valore però non si discute e la nuova gestione, assunta da Mario Cecchi Gori, parte proprio da Dunga. Anche in questo caso, premesse destinate a scontrarsi brutalmente con la realtà. L’8 agosto 1990 Dunga annuncia felice il rinnovo del proprio contratto (anticipato di un anno) dopo una estenuante trattativa con la società. Si lamentava di essere «pagato come un giocatore di C» (220 milioni netti a stagione): ora riceverà tre miliardi e seicento milioni netti per quattro anni. «Ho deciso di restare» spiega raggiante «perché credo che la nuova Fiorentina diventerà forte, molto forte. Ho fatto un investimento sul futuro, ho scommesso su Mario Cecchi Gori». Ma soprattutto, vista la cifra, è il neopresidente viola ad aver scommesso su di lui. Senza Roberto Baggio, senza Battistini, si prospetta un ruolo importante per il brasiliano. In panchina c’è il suo compatriota Lazaroni, per una rivincita sulle delusioni del Mondiale destinata a infrangersi come acqua spumeggiante contro gli scogli. La squadra si piazza alla fine giusto un palmo sopra la zona retrocessione, troppo poco per i progetti ambiziosi del club, che l’anno dopo ingaggia Gabriel Batistuta, così colmando finalmente la lacuna dell’attacco. Lazaroni, confermato, dura solo sei giornate, poi è la volta in panchina di Gigi Radice, che porta la squadra a un appena dignitoso dodicesimo posto, guadagnando la conferma. Dunga rimane una delle poche colonne della squadra, anche se le emergenze continue ne hanno trasformato le propensioni, arretrandone stabilmente il raggio d’azione. E la sua irrequietezza finisce con l’essere ingombrante per la società, fino alla clamorosa rottura dell’estate. Che matura per gradi e probabilmente è dovuta soprattutto alla... vittoria della Danimarca agli Europei. Cecchi Gori punta al salto di qualità e lo cerca in nuovi stranieri che possano trasformare la Fiorentina in una squadra spavalda, libera da mentalità provinciale, dotata di un centrocampo capace di servire adeguatamente le doti dirompenti di Batistuta. È già stato ingaggiato il propulsore tedesco Effenberg, considerato in Germania l’erede del grande Lothar Matthäus. Quando agli Europei di Svezia si afferma a sorpresa la Danimarca, “ripescata” dell’ultima ora causa l’esclusione per motivi bellici della Jugoslavia, nasce l’idea di prelevarne il grande trascinatore, Brian Laudrup, che ha fatto brillante coppia con lo stesso Effenberg nel Bayern. Il “blitz” di mercato, nonostante la concorrenza, riesce e a quel punto è chiaro che per Dunga, diventato improvvisamente il simbolo di una Fiorentina un po’ arroccata e arrancante, lo spazio si riduce sensibilmente. Conoscendone l’indole indocile, è quasi giocoforza per la società chiudere il rapporto. Per non trasformare la squadra in un crogiuolo di incandescenti polemiche, Vittorio Cecchi Gori prende in mano la situazione e il 4 luglio, in concomitanza con la festosa presentazione di Brian Laudrup, che infiamma la fantasia dei fiorentini, annuncia: «Dunga non rientra nella nuova filosofia della Fiorentina. Il nostro quarto straniero sarà Latorre. Non c’è nessuno scontro con Dunga: ha retto la squadra in momenti difficili, se fossi presidente di un’altra società verrei subito dalla Fiorentina per avere quel giocatore. L’anno scorso la Fiorentina rimaneva infossata a centrocampo, era brava a fare argine con Dunga e Iachini, ma con la politica dei “passaggini” abbiamo fatto appena trenta punti. Faremmo bene a tenerlo in tribuna? Io penso di no. In ogni caso non lo regaleremo di sicuro, anche se a noi non serve più». Come prevedibile, la reazione è tutt’altro che conciliante, tanto per usare un eufemismo, e risulterà decisiva nella rottura: «È strano che soltanto adesso, a fine mercato, si accorgano che devo essere ceduto. Me l’hanno fatta sporca. Ma io so perché: volevano manipolarmi, volevano che io facessi la spia, che raccontassi ai dirigenti quello che succedeva nello spogliatoio. Mi dispiace, ma non ci sto: preferisco cambiare squadra pur di non tradire i miei compagni».

Comincia così l’ennesimo rapporto tormentato tra Dunga e la Fiorentina, l’ultimo, amarissimo capitolo dell’avventura viola del “cucciolo”.
I dirigenti gigliati deferiscono il giocatore al Collegio Arbitrale chiedendone la sospensione temporanea dagli allenamenti e dalla preparazione pre-campionato. Il Collegio Arbitrale infligge al giocatore una multa (15 milioni) ma gli consente di recarsi in ritiro. Il suo procuratore Caliendo, gran regista dell’operazione, commenta felice («Ha trionfato la giustizia. Ora valuteremo le eventuali offerte che dovessero pervenirci, sono però convinto che Dunga sarà il più importante acquisto della Fiorentina» ), mentre Vittorio Cecchi Gori annuncia: «Dunga ha sbagliato e ha pagato. Avrei voluto parlargli prima, adesso tutto si complica. D’altra parte, più che offrirgli 4,5 miliardi purché se ne vada, non posso fare». È l’epitaffio sulla permanenza di Dunga alla Fiorentina. Dopo quattro mesi di braccio di ferro, il “cucciolo” passa al Pescara di Galeone, ultimo in classifica. La brutta storia porta male a entrambi: i viola, nella stagione più sfortunata del dopoguerra, retrocedono dopo un buon avvio che aveva fatto rinascere importanti speranze; Dunga non riesce a spostare la situazione del Pescara, che ultimo resta anche alla fine del campionato, retrocedendo malinconicamente tra i cadetti. Il “cucciolo” lascia l’Italia assicurando di puntare ancora ai Mondiali del 1994. Pochi gli credono, eppure, dopo una stagione allo Stoccarda, lo ritroveremo proprio nella rosa “auriverde” negli Stati Uniti. Con l’antica grinta, questa volta dedicata esclusivamente al pallone, sarà uno dei pilastri della conquista del quarto titolo iridato da parte del Brasile.
Ma questa è un’altra storia.

di Carlo F. Chiesa

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