Forza Viola 2/1997



Gli stranieri viola/Dertycia
L'OSCAR DELLA SFORTUNA

Di Oscar Alberto Dertycia le cronache italiane cominciano a occuparsi ai primi di luglio 1989. La “Gazzetta dello Sport” lo attribuisce alle mire del Genoa, il ritratto dell’attaccante è di quelli che fanno venire l’acquolina in bocca ai tifosi: «Ha ventiquattro anni, proviene dall’Istituto di Cordoba. In campo è una belva. Ha il naso da pugile, le guance scavate, i riccioli tempestosi. Le sue baruffe fanno cronaca, se non proprio testo. In campionato ha realizzato venti gol». Tre giorni dopo, “Tuttosport” rincara la dose con una corrispondenza da Buenos Aires: «“El idioma de Dertycia es el gol”. Così, lo scorso mese di marzo, il prestigioso settimanale sportivo argentino “El Grafico” titolava un’intervista a Oscar Dertycia, al comando della classifica dei cannonieri. Dertycia — oltre 100 gol segnati nel massimo campionato argentino (83 con l’Istituto di Cordoba, città in cui è nato, e 20 con l’Argentinos Juniors nell’ultimo campionato) — è a giudizio di Jorge Baraza, giornalista di “El Grafico”, un goleador brutale, quasi selvaggio... Alto 1,83, per 84 chili, anche fisicamente Dertycia rappresenta la forza, la potenza. In una dettagliata radiografia tecnica fattagli due anni or sono dal mensile “Super Futbol”, che prende in considerazione 20 caratteristiche del giocatore (con una media totale di 7,5), Dertycia figura con 10 punti quanto a potenza e 9 quanto a forza e dinamismo».

La premessa è indispensabile per comprendere uno dei più malinconici fiaschi della storia viola: Oscar Dertycia segna ancora due reti, vince il titolo di capocannoniere e a quel punto è a pieno diritto uno dei “pezzi da novanta” del mercato internazionale. Si fa allora avanti la Fiorentina, che supera in tromba il Genoa. Non è preda di un abbaglio: ha avuto per prima il nome del bomber argentino da Felix Latronico, l’uomo che negli anni Cinquanta aveva portato a Firenze il grande Lojacono. Per la verità, all’allenatore Giorgi andrebbe benissimo un altro argentino, il discusso Ramon Diaz, fresco reduce dallo scudetto vinto con la maglia dell’Inter, che però, assieme al suo procuratore Caliendo, esaspera la trattativa; all’ennesimo rifiuto, Previdi contatta Latronico e con un felice blitz mette le mani sul superbomber della nazione campione del mondo. Diaz viene ceduto al Monaco per 1 miliardo e 800 milioni, per Dertycia i Pontello versano sull’unghia all’Argentinos 2 miliardi e 200 milioni, una cifra notevole, indispensabile per vincere la concorrenza di altri club.

Oscar sottoscrive un contratto triennnale per un ingaggio di 300 milioni l’anno e incarna la grande speranza di riscatto dei tifosi viola. Purtroppo, il rendimento sarà inferiore alle attese. Il ragazzone è una forza della natura, si butta su ogni pallone, ma la tecnica è approssimativa, il palleggio scarno (eufemismo) e i gol arrivano col contagocce. La Fiorentina vive una stagione improntata alla sofferenza. La manovra non ingrana, l’attacco non segna, Dertycia è sul banco degli imputati. Lui insiste, chiede pazienza (come qualche tempo dopo accadrà a un suo connazionale, Batistuta...), ma il campionato non aspetta e le contestazioni alla dirigenza si fanno pesanti. Oscar gioca 19 partite di campionato, 6 di Coppa Uefa, 3 di Coppa Italia e realizza solo 5 gol.
Poi, il dramma. Il 24 gennaio, sul neutro di Perugia, la Fiorentina affronta il Napoli in Coppa Italia. Dopo nove minuti, Dertycia si scontra con Maradona, sente male al ginocchio e viene sostituito. Lì per lì la gravità dell’accaduto non viene compresa innanzitutto dall’interessato, il quale, generoso per natura, il giorno dopo si presenta all’allenamento, piega il ginocchio (poco gonfio, per la verità) per dimostrare di non avere nulla di grave. Bastano pochi movimenti, tuttavia, perché il dolore lo costringa a farsi visitare. La diagnosi è impietosa: distorsione al ginocchio destro con lesione del legamento crociato anteriore, cioè stagione finita.

Lo operano nei giorni caldi della contestazione del tifo per la ventilata cessione di Baggio. Per Dertycia, solo qualche cinico commento a margine. Scrive “Tuttosport” il 26 gennaio: «La prima stagione italiana di Dertycia si conclude con un completo fallimento. Ieri l’ex attaccante dell’Argentinos Juniors è stato visitato dal professor Aglietti, che domani lo sottoporrà ad artroscopia per verificare l’entità della lesione legamentosa prima di ricorrere all’intervento chirurgico. E il vero problema per la Fiorentina, oltre alla perdita dell’unica punta di ruolo a disposizione di Giorgi, sarà quello di “piazzare” Dertycia per la prossima stagione. Era già apparso evidente che a fine campionato il sudamericano avrebbe lasciato Firenze, ma adesso diventa ancora più complicato trovare una sistemazione per un giocatore che viene da un grave infortunio e che è stato costretto a restare inattivo per così tanti mesi». Come dire, anche i cronisti hanno un cuore.

Per Oscar Dertycia si chiudono le porte del calcio italiano. L’intervento chirurgico gli ricostruisce i legamenti, ma quando arriva l’estate la dirigenza viola ingaggia Lacatus, proponendo a Dertycia la risoluzione del contratto, condizione per poter schierare il nuovo acquisto.
Dertycia è un generoso: «Ho detto di sì senza pensarci un attimo» ricorderà qualche mese dopo, «non potevo lasciare nei guai la società che mi aveva acquistato: volevano Lacatus e io ero di troppo». Parole che risalgono al 1. novembre 1990, il giorno del ritorno in campo, nell’amichevole del giovedì contro la Sestese. Per lo sfortunato attaccante argentino piovono applausi. Fisicamente è quasi irriconoscibile, completamente calvo a causa dell’alopecia, malattia di origine psicologica che gli ha fatto perdere i capelli: cadevano a ciocche nei giorni più oscuri della rieducazione.

Ogni giorno si presenta a Coverciano col figlio Jonathan di tre anni e si butta a capofitto in allenamenti senza risparmio, quasi dovesse conquistarsi un posto in squadra per la domenica anziché una nuova sistemazione. La rabbia è tanta, i tifosi sono il suo vero cruccio. Un amore intenso che non è riuscito a ripagare sul campo: «Mi sono stati vicino, ancora oggi mi invitano alle feste, quando avevo il ginocchio bloccato erano sempre a casa mia. Per la partita con il Parma mi avevano chiesto di andare in curva, insieme a loro, a tifare viola. Ho risposto di no perché, se la partita si fosse messa male, come poi è successo, qualcuno avrebbe cominciato a intonare il coro per me, “Dertycia, Dertycia” e i miei compagni, in campo, ne avrebbero sofferto. D’altronde è anche colpa mia. Dovevo segnare qualche rete in più. Per questo vorrei restare in Italia, per dimostrare il mio vero valore». Parole ricche di umanità, di un giocatore incapace di arrendersi alla sfortuna. Qualche settimana dopo, Oscar lascia definitivamente il Bel Paese per il Cadice, squadra di bassa classifica della A spagnola. Dopo un debutto folgorante a Bilbao contro l’Athletic in Coppa di Spagna, la sua carriera non attingerà gli alti livelli. Manciate di gol al Cadice, poi nelle file del Tenerife e infine dell’Albacete, perennemente nel limbo dei discreti mestieranti dell’attacco. Passati i trent’anni, Dertycia è tornato in patria. L’ultima stagione l’ha giocata in seconda divisione, nel Talleres Cordoba. Ha recuperato qualche capello e la voglia di tornare in Europa, qualche offerta dalla B spagnola in tasca e la consolazione di essere rimasto tra i più dignitosi attaccanti argentini da esportazione. A Firenze non ha strabiliato, ma ha un’attenuante: nel torneo più difficile del mondo gli è toccato vincere un personalissimo Oscar della sfortuna.

di Carlo F. Chiesa

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