Forza Viola 6/1999



Il personaggio/Luciano Dati
DATIgol

C’era una volta uno spogliatoio enorme, dove insieme agli attaccapanni e a tutto ciò che serviva per disputare un allenamento si trovava un lettino dove di volta in volta, a seconda delle esigenze, si stendeva un giocatore diverso. Quel lettino era il regno di Luciano Dati, massaggiatore della Fiorentina, un uomo sui generis, che intorno al suo ruolo ha saputo costruire un “fantastico personaggio”. Due anni fa, quando arrivò Alberto Malesani a guidare la truppa viola, fu chiamato un muratore che “tirò” un muro. Quell’enorme spogliatoio venne diviso, Luciano Dati ebbe così una stanza destinata al suo lavoro.

Prima di quel muro, Luciano aveva lavorato con Claudio Ranieri. Fu con lui che iniziò la sua avventura in viola nell’anno della Serie B. All’inizio non fu facile accattivarsi le simpatie del tecnico, per la precisione ci vollero circa cinque mesi e poi, superato lo scoglio, fu una strada tutta in discesa... «All’inizio c’era un po’ di diffidenza, ma quando ha iniziato a conoscermi mi ha dato carta bianca. La nostra era un’intesa perfetta».
A proposito d’intesa, capitava che nei momenti di tensione, quando l’allenatore doveva comunicare qualcosa al gruppo, proprio Dati venisse utilizzato come una sorta di capro espiatorio: «Se Ranieri non era contento del lavoro, si rivolgeva a me con frasi intimidatorie del tipo: guarda come si comportano i tuoi ragazzi! I giocatori ascoltavano in silenzio. Io sapevo che la parte seria non era destinata a me e stavo al gioco».

Ranieri porta la Fiorentina verso la conquista della Coppa Italia e la Supercoppa, poi la semifinale di Coppa delle Coppe, ma non riesce a ottenere il piazzamento in Coppa Uefa. Al suo posto per la stagione successiva viene ingaggiato Alberto Malesani.
«Con lui sono sempre andato d’accordo, anche se vede il calcio in un modo particolare. Appena arrivò, fece portar via un enorme stereo che solitamente tenevamo acceso prima di entrare in campo per gli allenamenti. All’inizio facevo fatica a capirlo, poi mi sono accorto che su tante cose aveva ragione. Lo spogliatoio per lui doveva essere come un terreno di gioco. La mia nuova stanza non era altro che un luogo più raccolto dove potevo concentrarmi meglio».
Nuovo anno, nuovo allenatore, arriva Giovanni Trapattoni: «La prima volta che ho avuto un contatto con lui è stato per telefono. Giancarlo Antognoni me lo ha passato, io mi sono messo subito sull’attenti e poi, dopo un po’ che parlavamo, ho avuto la sensazione di conoscerlo da una vita. Il giorno del ritiro mi è arrivata un’ulteriore conferma. Avevo deciso di rasarmi a zero e farmi disegnare le bandiere di tutte le Nazionali dei nostri giocatori sopra la testa. Sono andato da Bardin e gli ho chiesto se secondo lui era il caso, mi ha detto di sì. Con il suo permesso allora sono andato dal Trap, lui mi ha guardato e ridendo ha detto: e tu chi sei?».

Quando l’allenatore viola varca la porta dello spogliatoio prima di ogni seduta, la prima cosa che fa è questa: si gira verso Dati e chiede: Luciano, vivi e morti?
Il suo non è soltanto un lavoro che si basa sull’aspetto prettamente fisico, ma anche psicologico. Non a caso Dati viene definito da tutti i giocatori un amico più che un collaboratore e in molte circostanze è riuscito a misurare la “temperatura della squadra”. Un esempio tra tanti ce lo racconta lui stesso: «A Spalato, prima dell’ingresso in campo, il Trap mi chiese come stavano i ragazzi e senza mezze parole risposi: mister, mi sa che sono rimasti in albergo!».

Oltre al muro, Malesani attuò un’altra modifica: accantonò la lavagna, o meglio la utilizzava soltanto per disegnare schemi di gioco. Quella stessa lavagna tanto cara a Ranieri, complice con Dati di aver inventato schemi strani quali quello ad albero di Natale, ombrellone o cavallone, è uscita di nuovo dal dimenticatoio e ha rappresentato uno dei tanti modi per trasmettere rabbia e grinta ai giocatori. Tante e di diverso tipo sono state le frasi scritte durante l’intera stagione, la maggior parte ideate da Dati, altre dallo stesso allenatore: «Non le ricordo tutte, so soltanto che il loro effetto si nota sul momento, non dopo. Alcune volte ho volutamente fatto degli errori di ortografia. Tutto questo per attirare maggiormente l’attenzione di coloro che leggevano».
Una frase, però, è rimasta “storica”: «Buon senso e civismo non significano debolezza». In televisione, quando viene inquadrata la panchina lo si vede parlare con l’allenatore viola: «Devo a lui la mia popolarità. Quando sono ospite in feste di viola-club vedo che la gente mi riconosce e capisce che cosa faccio. All’inizio non volevo stare accanto a Trapattoni, perché mi dava fastidio che qualcuno pensasse che stessi lì con lo scopo di interferire. È stato lo stesso mister a chiedermi di mettermi in quella posizione. Durante la partita mi racconta quello che succede. Quando era al Bayern si scriveva su un foglietto degli appunti da riportare ai giocatori durante l’intervallo, adesso ci sono io a fargli da registratore. Anzi, no! Diciamo che sono la sua eco, visto che dopo un po’ perde la voce. Prima di ogni gara mi dice: Luciano, oggi bisogna urlare tanto!». Non vuole essere definito uno che fa i miracoli, né dal punto di vista medico né da quello psicologico. Certo è che nemmeno la sua simpatia è riuscita a far sciogliere Edmundo: «Io ce l’ho messa tutta. Quando è arrivato a Firenze mi sono pure travestito da pugile. Il tempo passava ma lui era sempre cupo e allora mi sono arreso. Alla fine del campionato però è cambiato, era un’altra persona». Dati è conosciuto anche come l’uomo delle tante maglie e dei tanti travestimenti. La storia della sua passione per le casacche ebbe inizio durante la finale di Supercoppa, quando nella valigia ne depose una con dietro il suo nome e il numero 47, il suo anno di nascita. Batistuta e Rui Costa la videro e gli dissero: «Se sei un uomo con le “palle”, te la devi mettere!». Ma subito la scaramanzia prese il sopravvento: «Iniziai a pensare: quarantasette significa morto che parla, non porterà mica “sfiga”? E come se non bastasse avevo paura che la Lega non mi consentisse di portarla. Alla fine tutto andò per il verso giusto e si aprì un “ciclo”: ero felicissimo della vittoria e fiero della mia maglia. Quando vidi il segretario della Lega Petrosino gli feci una proposta: perché non scrivere il nome anche dietro le casacche degli arbitri, così la gente avrebbe potuto sapere chi mandare a quel paese!». A Bergamo invece si inaugurò la fiera del taglio dei capelli. Per l’occasione l’amico Sarino gli disegnò una scritta: Batigol. L’anno successivo, invece, iniziò a scrivere i gol che realizzava Batistuta; quest’anno è stata ripetuta l’esperienza con il disegno della pistola, che poi è diventata una mitragliatrice. La scritta si è fermata al numero 21. Sono queste infatti le reti realizzate dal bomber argentino.

Dati, l’uomo che è stato nascosto nel ritiro dell’Argentina l’estate scorsa per curare Batistuta sotto sua esplicita richiesta (per questa ragione la prima maglia della stagione portava la scritta 007), ha ancora tante cose da inventare.
Come ultimo travestimento per questo finale di stagione ha scelto quello di indovino: «Penso che Trapattoni resterà con noi. Anzi, potrei scommetterci. È entusiasta del gruppo, e la squadra lo è di lui». Parola di Dati, Luciano Dati.

di Laura Bandinelli

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