Forza Viola 1/1998



Stefano Bettarini
BELLO E IMPASSIBILE

Se una rivista femminile decidesse di lanciare un referendum tra le tifose della Fiorentina ponendo la domanda “Con quale giocatore viola vorreste trascorrere una settimana alle Maldive?”, in nove schede su dieci verrebbe scritto il nome di Stefano Bettarini. È lui il superbello della squadra; è lui l’idolo incontrastato delle tifose di ogni età. Per ritrovare un caso come questo, a Firenze bisogna risalire all’immediato dopoguerra, quando le ragazze dell’epoca — non solo quelle che frequentavano lo stadio — impazzivano per Augusto Magli, un mediano dal volto d’attore arrivato da Molinella, provincia di Bologna. Magli, dopo una infinita serie di “flirt” con rappresentanti della “Firenze bene”, si sposò con un’ereditiera brasiliana e vive ancora in una splendida fazenda sudamericana.

Stefano Bettarini è legatissimo sul piano sentimentale e a fine campionato condurrà all’altare Simona Ventura, la star televisiva diventata famosa grazie a “Mai dire gol” e ora scatenata conduttrice su Italia 1 della trasmissione “Le iene”. Quello tra Stefano Bettarini e Simona Ventura rischia di diventare il matrimonio dell’anno non solo a Firenze, e i paparazzi già pregustano l’affare.

«Confermo che ci sposeremo a fine stagione» dice Bettarini, «ma la data e la località della cerimonia le decideremo all’ultimo momento e le diremo a pochi amici. A me e Simona non dà affatto noia che si parli di noi sui giornali o in televisione: siamo personaggi pubblici e dobbiamo accettare sempre il nostro ruolo. Per questo non abbiamo mai nascosto la nostra relazione. Al momento delle nozze, però, faremo prevalere la “privacy”; sarà un giorno troppo bello e importante e abbiamo intenzione di viverlo nell’intimità. Subito dopo il mio arrivo a Firenze mi arrabbiavo quanto sentivo i tifosi che dicevano tra loro: vedi, quello è il fidanzato di Simona Ventura. Ora per tutti sono Stefano Bettarini, un giocatore che cerca di fare il suo dovere ogni volta che l’allenatore decide di mandarlo in campo. I tifosi mi apprezzano e posso dire di aver vinto la mia prima battaglia».

Bettarini è stato acquistato dalla Fiorentina per una cifra abbastanza consistente (tre miliardi e mezzo di lire) per assolvere un compito preciso: sarebbe stato la prima riserva di Michele Serena e di Andrea Tarozzi, i due giocatori destinati al ruolo di titolari come difensori di fascia. Poi Malesani ha deciso diversamente: nel suo “tre-quattro-tre”, Serena ha trovato posto come centrocampista e a Bettarini è stato affidato l’incarico di “rincalzo jolly”, pronto a sostituire i terzini o i centrocampisti esterni. L’ex cagliaritano ha trovato fiducia piena da parte di Malesani ed è accaduto così che Bettarini sia stato, nelle prime dieci partite di campionato, l’unico giocatore viola — insieme a Toldo — a punteggio pieno nelle presenze. Non importa se molte volte sia entrato in campo a partita già cominciata, come tredicesimo o quattordicesimo giocatore.

«Il fatto importante» conferma Stefano «è che Malesani mi abbia fatto giocare e sia rimasto soddisfatto del mio comportamento. A Lucca e Cagliari giocavo come terzino con licenza di avanzare; Malesani mi fa partire già in posizione più offensiva con un doppio compito: lanciarmi sulla fascia sinistra, quasi come un’ala vera, se la Fiorentina attacca, oppure controllare il tornante avversario se la squadra si difende. Io ho cercato di farlo nel miglior modo possibile e posso vantarmi di essere entrato come protagonista dell’azione di qualche gol di Batistuta o di Oliveira».
— Ma lei si sente realizzato in questo ruolo di “titolare aggiunto” oppure vorrebbe maggiori responsabilità e, quindi, maggiori soddisfazioni?

«Domanda legittima, alla quale rispondo sinceramente. Per il momento mi basta la maniera in cui Malesani mi impiega. Quando ho lasciato il Cagliari per trasferirmi a Firenze sapevo benissimo che avrei dovuto restare in sala d’attesa e rimboccarmi le maniche per guadagnare il posto in squadra. Mi sono sacrificato e qualcosa ho già ottenuto, secondo me e secondo la critica, con pieno merito. Questo non vuol dire che mi sento realizzato. Ho venticinque anni, ho una buona carriera alle spalle, penso che potrò migliorare. È umano che, prima o poi, chieda maggiore spazio. Aggiungo, comunque, che avanzerò delle pretese soltanto se sarò convinto di meritarlo. Tutti gli allenatori con i quali ho lavorato possono testimoniare che mi sono comportato da professionista, senza mai piantare una grana».
Vediamo un po’ chi sono questi allenatori, lasciando la parola a Stefano Bettarini.

«Dovrei cominciare da mio padre, un allenatore vero, che ha avuto il merito di darmi un’educazione nella vita e di insegnarmi i fondamentali nel calcio. Ma lasciamo stare e partiamo da Claudio Merlo, che mi ha voluto nel settore giovanile dello Staggia, quando ero ancora un bambino. Merlo è stato il mio primo maestro, mi ha portato con sè ad Arezzo, poi mi ha consigiato di accettare il trasferimento a Milano, tra i ragazzi dell’Inter. Qui ho trovato Giampiero Marini, campione del mondo nel 1982 in Spagna. Marini ha creduto nelle mie possibilità, mi ha voluto nella Primavera e mi ha anche segnalato a Trapattoni, quando Brehme venne convocato nella Nazionale tedesca per Italia ‘90. Sono stato inserito nel gruppo della prima squadra per qualche amichevole. È stata la prima soddisfazione della carriera».
— E la seconda?

«Senza dubbio l’esordio in Serie B, nella Lucchese, contro la Ternana. In panchina c’era Corrado Orrico. Mi considerava un difensore adatto alla sua “zona”, ma aveva un chiodo fisso: per lui i giovani dovevano fare una lunga gavetta. Mi fece giocare pochissimo. Mi andò meglio col professor Scoglio, che prese il posto di Orrico a metà campionato 1992-93. Nel finale mi lanciò in pianta stabile, insieme a un altro giovanissimo difensore, Baldini, ora al Napoli».
— Nella stagione successiva arrivò Fascetti, allenatore difficile.

«Proprio così. Con Fascetti è stato un rapporto complicato: all’inizio andava tutto bene, poi all’improvviso le cose peggiorarono. Colpa di certe voci, completamente false, sul mio comportamento fuori dal campo. Alla fine Fascetti si rese conto della mia serietà, della mia voglia di emergere e diventai un suo pupillo. Si arrabbiò quando mi diedero in prestito alla Salernitana. Aveva ragione: per me fu un anno perso, appena cinque partite in prima squadra. L’allenatore era Delio Rossi. Ora, sempre a Salerno, va per la maggiore. Il mio non è un ricordo piacevole. Debbo molto, invece, a Bruno Bolchi nel mio ultimo campionato a Lucca. Benché lui sia un sostenitore del gioco all’italiana e io abbia le caratteristiche di terzino portato all’offensiva, mi promosse subito e giocai trentaquattro partite su trentotto. Migliorai sensibilmente e cominciarono a interessarsi a me diverse squdre di Serie A, compresa la Fiorentina. Ero a fine contratto e fu il Cagliari a farmi le offerte più consistenti. Mi accordai prima della fine del campionato».

— A Cagliari, in una sola stagione, ha avuto due allenatori: Perez e Mazzone.
«Perez è stato sfortunato, non ha avuto neppure il tempo di ambientarsi. Di Carletto Mazzone ho un ricordo eccezionale. Per i giocatori più giovani, lontani da casa, era un secondo padre. Ci ha insegnato molte cose sul campo e fuori dal campo. Mi è dispiaciuto che nel Napoli sia stato vittima di una situazione insostenibile».
— Ultimo capitolo, per ora: la Fiorentina e Malesani.

«Io sono nato per caso a Forlì, da genitori toscanissimi. A due anni ero già a Siena e mi considero perciò un toscano “doc”. L’ambizione di tutti i giocatori cresciuti in questa regione è indossare la maglia della Fiorentina. Non tutti possono raggiungere il traguardo. Io ci sono riuscito e ne sono fiero. Malesani è stato il primo sostenitore del mio acquisto: mi voleva già al Chievo. Con lui, l’ho già detto, gioco in maniera diversa rispetto al passato e mi trovo bene. Malesani è come Mazzone: ha grandi doti umane. Sul campo è severo, ci obbliga a dare tutto in qualsiasi occasione. Sul piano tattico ha un suo progetto e cerca di portarlo in fondo con abnegazione e direi anche testardamente. Tutti ci auguriamo che ragginga il suo obiettivo, per il bene della Fiorentina e di noi giocatori. La squadra c’è e mi sembra che l’abbia dimostrato in più di una partita. È un peccato che abbiamo perso punti preziosi per episodi sui quali non voglio ritornare perché sono contrario alle polemiche. Abbiamo anche avuto una specie di blocco psicologico dopo la sconfitta di Milano. È duro giocare così bene e perdere malissimo. Ora siamo in ascesa e attendiamo il ritorno di Kanchelskis e l’arrivo di Edmundo. Sono pronto a scommettere che la Fiorentina sarà la grande protagonista del girone di ritorno».

— Ha parlato degli allenatori. È il momento dei presidenti. Lei ne ha avuti tre, di grande personalità: Maestrelli a Lucca, Cellino a Cagliari, Cecchi Gori a Firenze.
«Tutti sono uniti da un comune denominatore: sono dei grandissimi tifosi delle squadre che presiedono. Da un lato è un pregio, dall’altro è un difetto e spiego perché: sono degli entusiasti, non risparmiano sacrifici, sono sempre alla ricerca del meglio. Nei momenti difficili, però, rischiano di perdere obiettività. Le polemiche sono inevitabili. Io, comunque, ho avuto un ottimo rapporto con tutti».

— Condivide quello che Cecchi Gori ha detto, con una critica spietata, sul calcio italiano?
«È un argomento difficile, al di sopra della nostra portata. Non posso esprimermi. Se lo ha fatto, comunque, avrà avuto le sue ragioni. Del resto anche Maestrelli e Cellino, in tempi diversi, non hanno risparmiato le critiche al “Palazzo”. Vuol dire che c’è una certa scontentezza da parte di tutti».
— Concludiamo col calcio giocato. Che cosa le dicono due nomi, Cabrini e Maldini?

«Sono i giocatori ai quali mi sono ispirato, anche se, rispetto a me, appartengono a un altro pianeta. Quando Cabrini diventò campione del mondo in Spagna, avevo dieci anni. Nel vederlo in televisione sognavo a occhi aperti, come ogni ragazzino che comincia a giocare a calcio. Maldini è il più forte difensore di questa epoca. Mi auguro che anche lui diventi campione del mondo. Se l’Italia va in finale, concluderò a Parigi la luna di miele, ammesso che Simona accetti. Penso di sì: anche lei è una tifosissima della Nazionale, oltre che del Torino e della Fiorentina».
— L’avversario più forte incontrato finora?

«Di Livio. Abbiamo fatto duelli memorabili in Serie B, quando io giocavo nella Lucchese e lui nel Padova. Quei duelli li ho vinti sempre io. Parola d’onore».
— È vero che nel suo futuro c’è anche la carriera di attore?
«Non ci penso assolutamente. Ho una sola professione: quella di calciatore. Sono legato alla Fiorentina con un contratto di tre anni e l’opzione per il quarto. Ho tutto il tempo per fare il salto di qualità e non potrò permettermi distrazioni».

di Raffaello Paloscia

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