Forza Viola 8/1998
Gli stranieri viola/Bertoni
L'OCCASIONE MANCATA
Ricordi agrodolci, quelli legati al nome di Daniel Bertoni. Stagioni
a corrente alternata e sprazzi da fuoriclasse, protagonista nellanno della
Grande Beffa targata Juve.
Nativo di Bahia Blanca, provincia di Buenos Aires, segnò alla sua prima
apparizione in campionato con la maglia del Quilmes. In grado di giocare sia
da punta pura che da ala, si rivelò presto come uno dei giovani più
promettenti del calcio argentino, tanto che a soli diciassette anni venne acquistato
dallIndependiente.
Quelli in maglia biancorossa furono sei anni irripetibili: tre Coppe Libertadores,
una Coppa Intercontinentale (a diciotto anni contro la Juventus), due campionati
nazionali e uno metropolitano.
Punto di forza della Nazionale argentina ai Mondiali del 1978, quasi al pari
di un eroe omerico sognò di siglare la rete decisiva nella finale, e
si prestò anche a ricostruire... preventivamente lazione per la
televisione a stadio vuoto. Poco più tardi, avrebbe esultato per il gol
che mandava a tappeto la Grande Olanda e consegnava alla rappresentativa biancoceleste
il suo primo titolo mondiale.
Rapido e potente, sgusciava bene in dribbling per presentarsi al tiro, che possedeva
secco e preciso. Non era uno straripante goleador, ma un prezioso uomo-squadra
che dalla corsia di destra si trasformava in centravanti.
Osannato dalle folle, fu allettato dalle offerte del Siviglia, ma la Spagna
non gli fu propizia. Alla prima stagione europea il campione sudamericano deluse
le attese, giostrando da semplice comprimario.
Meglio andò al secondo tentativo: ormai più pratico del calcio
iberico, tornò a sfoderare le zampate da fuoriclasse che lavevano
reso celebre e riprese a farsi pesantemente sentire in zona gol. Collezionò
un bottino personale di sedici reti e tornò allattenzione dei grandi
club continentali.
A Firenze si vivevano attese febbrili. Gli anni Settanta avevano visto la Fiorentina
costantemente esclusa dalla lotta al vertice della classifica, lavvento
al vertice del club dei conti Pontello aveva suscitato speranze e risvegliato
lentusiasmo. Decisi a superare lera della mediocrità per
rilanciare il colore viola nei quartieri alti, i nuovi proprietari avevano bisogno
di nomi di grido: la riapertura delle frontiere allargava nuovi orizzonti. Chi
meglio di un campione del mondo in carica poteva rappresentare il leader della
nuova squadra, la prima pietra per la costruzione di un gruppo in grado di lottare
nuovamente per lo scudetto? Più che lestemporaneo Kempes, Bertoni
aveva entusiasmato al Mondiale per le sue caratteristiche europee,
il piglio del fuoriclasse, la sostanza del grande trascinatore. Portare un campione
del mondo a Firenze significava tornare a sognare. Eppure i tifosi lo accolsero
un po freddamente, vuoi perché timorosi di vedere il loro idolo
Giancarlo Antognoni offuscato dallintruso, vuoi perché certe voci
provenienti dalla Spagna indicavano largentino come un elemento poco disposto
al sacrificio. Il Bertoni visto in Argentina era potente, dotato di tecnica
ed estro più una stoccata al fulmicotone. Ma si sa, il calcio italiano
non è facilmente digeribile, in particolare dai sudamericani, spesso
abituati a giocare affidandosi più allistinto che alle indicazioni
della panchina. Le prime prove del campo non fugarono completamente i dubbi.
La stagione desordio non fu esaltante; eppure, lentamente, Daniel cominciò
a entrare nel cuore dei tifosi gigliati per la sua naturale simpatia e per il
calore che riusciva a trasmettere in ogni occasione.
Certamente anche il rinsaldarsi del rapporto con la città contribuì
al suo ambientamento e a poco a poco il campione ritrovò se stesso, anche
se ancora mancava qualcosa in zona gol.
Nellestate del 1981 arrivarono altri campioni: il regista del Torino,
Pecci, e il suo terminale più prolifico, il centravanti Graziani. Ne
nacque una signora squadra. Con Galli in porta, Contratto e Ferroni sulla linea
dei terzini, Vierchowod stopper e Galbiati libero di costruzione. A centrocampo,
il faticatore Casagrande, il metronomo Pecci e la luce di Antognoni, con Massaro
tornante a supporto per gli attaccanti Bertoni e Graziani.
Campionato 1981-82, una stagione che difficilmente gli sportivi fiorentini riusciranno
a dimenticare. In quel torneo maledetto, segnato dal drammatico incidente occorso
alluomo simbolo della squadra, Antognoni, Bertoni si erse a leader e trascinò
i compagni alla vittoria in più occasioni. Lo scudetto, meritatissimo
nella lunga traversata fra tante avversità, svanirono allultima
giornata, il rigore di Brady a Catanzaro mentre i viola non riuscivano a vincere
a Cagliari. Gli strascichi di quella drammatica domenica segnano ancora pesantementemente
i rapporti tra i sostenitori viola e quelli bianconeri. Ma che stagione formidabile!
Il coraggio di Antognoni, la sorpresa Miani, loscuro gregario chiamato
a sostituirlo e capace di inventarsi una tempra da campione. E la forza del
gruppo, capace di tenere la testa della classifica pur privato in maniera così
traumatica delluomo più importante. Su una torta tanto ricca, i
nove gol di Bertoni, la sua grinta di conducator, le sue sferraglianti
scorribande offensive, il suo palleggio imprevedibile, i capelli al vento a
inseguire la vittoria.
Daniel venne confermato e anzi affiancato da un compagno della squadra del Mondiale
78, il caudillo Passarella. Si sognava la grande rivincita
ma, si sa, la fortuna non sempre aiuta gli audaci. A un anno di distanza dal
dramma di Giancarlo Antognoni, la cattiva sorte decise di prendere di mira proprio
Daniel Bertoni, colpito da epatite virale.
I tifosi a quel punto si strinsero attorno a lui, con discrezione, sinceramente.
Non passava giorno senza che qualcuno lasciasse davanti al cancello della sua
casa un messaggio di incoraggiamento o un mazzo di fiori. E il pensiero dellargentino
correva alla stanza dospedale che aveva ospitato lamico Togno
e al coraggio e alla forza danimo del compagno.
Dopo due mesi di sofferenze, con la squadra lontana dai vertici della classifica,
finalmente Bertoni potè tornare a calcare i campi da gioco, per gli ultimi
minuti di un Fiorentina-Cesena ormai saldamente in pugno ai viola. Il pubblico
lo invocò a lungo e lo accolse con unovazione. Si commosse, quel
gaucho dal cuore grande quanto la pampa. A seguire, unaltra bella stagione
gigliata, lultima, a svezzare a suon di gol la giovane meteora Monelli.
Fu terzo posto finale e a quel punto i Pontello, nuovamente delusi, decisero
di ridimensionare gli obiettivi della squadra e, alla vigilia del campionato
1984-85, cedettero il fuoriclasse platense al Napoli.
Sotto il Vesuvio Daniel trovò un altro grande connazionale, il più
grande di tutti i tempi. Si chiamava Diego Armando Maradona. Toccava al Napoli
accarezzare sogni tricolori, e Ferlaino cercava il meglio di quello che offriva
il mercato. Beh, nel suo ruolo Bertoni era certamente a livelli deccellenza.
Lintesa col Pibe fu quasi subito perfetta, ma se i campani
facevano faville in attacco, non altrettanto brillavano gli altri reparti e
alla fine fu centroclassifica. Bertoni declinava, la stagione successiva il
suo contributo al terzo posto già risentiva delletà. A fine
campionato si trovò disoccupato, poi arrivò lUdinese di
Pozzo, con la missione impossibile di salvarsi nonostante i nove punti di penalizzazione
del calcioscommesse. Daniel fallì completamente, gli uomini di De Sisti
scivolarono malinconicamente in B, coi loro grandi non più capaci di
essere grandi. Lo spelacchiato Graziani e soprattutto lui, lex Mundial
dArgentina. Picchio non era attrezzato per i miracoli. Ben altro che del
misero golletto che Daniel riuscì a mettere a segno, avrebbero avuto
bisogno i friulani.
di Filippo Manaresi