Forza Viola 2/1997



Gabriel Batistuta, il bomber
IL CICLONE

La storia d’amore è un triangolo: lui (Gabriel Batistuta), lei (la Fiorentina) e l’altro (il gol) appassionatamente insieme.
È un rito che si ripete puntuale da più di sei anni e che ha una genesi ben precisa: mercoledì 4 settembre 1991, il talamo è lo stadio Dino Manuzzi di Cesena, il minuto è l’84’. In panchina siede un brasiliano dallo slang esilarante quasi quanto la tattica, Sebastiao Lazaroni. A centrocampo Salvatori sradica una palla dai piedi di Lantignotti e la cede a Dunga. La rasoiata del brasiliano raggiunge Batistuta che scatta, entra in area caracollando dopo aver superato allo sprint Leoni: finta e controfinta (la palla sul sinistro non è il massimo), un missile di destro che s’infila all’incrocio. Il portiere Fontana e Marin sentitamente ringraziano: se Bati li avesse centrati si sarebbero fatti molto male...

Di acqua sotto i ponti d’Arno ne è passata tanta e insieme sono transitate due coppe e quasi 150 gol. Lui, il Batigol, ha i capelli più corti d’allora e due figli ad allietargli i dopopartita. Non sono cambiate maglia e voglia. Anzi, dopo un’estate che ha rischiato di fargli cambiare l’una e passare l’altra, il ciclone Batistuta è tornato ad abbattersi sul campionato. Con i devastanti effetti che ben si conoscono.
«Non voglio fare previsioni, perché non c’è cosa che porti più sfiga che dire quanti gol si segneranno. Di certo ho una voglia matta di continuare a divertirmi e a fare, sul campo, quello che meglio mi riesce. In poche settimane mi sono scrollato di dosso le amarezze e i dubbi dell’estate. Questo gruppo, l’entusiasmo che si è creato attorno alla squadra, la straordinaria applicazione di Malesani mi hanno restituito fiducia nella Fiorentina: non posso dire dove arriveremo, però mi sento tranquillamente di dire che insieme ci divertiremo».

— Quasi 150 gol in viola: difficile scegliere il più bello...
«Sì, anche perché alla fine sono belli tutti. Dovendo proprio pescarne uno, direi quello di testa contro la Juve nel mio primo anno a Firenze. Non tanto per la bellezza quanto per l’importanza: erano un po’ di giornate che non segnavo e qualcuno cominciava a dubitare delle mie capacità di goleador. E poi stando alla Fiorentina s’impara presto cosa vuole dire segnare un gol alla Juve e batterla».

— Quasi 150 gol in viola, ma anche qualche momento da dimenticare...
«La retrocessione in B, ad esempio. Una cosa incredibile, dopo un girone d’andata strepitoso. Alla fine però anche quell’esperienza è servita a noi calciatori e ha aiutato a maturare la città e i tifosi. A livello personale, la delusione più grossa è stata aver dovuto saltare il ritorno della semifinale di Coppa delle Coppe con il Barcellona. Se penso che sono stato ammonito per un fallo che non avevo neppure commesso... Cartellino giallo, esattamente lo stesso che qualche settimana fa hanno fatto vedere a West dopo quel fallaccio su Kanchelskis, una roba che poteva costargli la carriera. Mah, certe cose sono davvero difficili da capire, neppure con gli anni e l’esperienza mi sono chiare».

— Quando sei arrivato a Firenze, in tutta onestà, pensavi di vincere di più?
«In tutta onestà, arrivando da squadre come il Boca Juniors o il River Plate, uno s’immagina sempre di lottare fino all’ultimo minuto per lo scudetto. Da quando sono in Italia, lo scudetto l’ho visto vincere solo a due squdre, il Milan e la Juventus. E quindi Coppa Italia e Supercoppa che abbiamo vinto nel giro di pochi mesi hanno il loro valore, perché la prima l’abbiamo in pratica strappata all’Inter in semifinale e la seconda siamo andati a prenderla in casa di un Milan che non era ancora il Milan in crisi di oggi. Perché con il mio amico Tabarez loro andavano meglio che con Sacchi e Capello».

— Dopo l’illusione di San Siro, la scorsa stagione si è chiusa male. Che strascichi si porta dietro Batigol delle delusioni di primavera?
«Qualcuno ha cercato di rincuorarmi: in fondo hai segnato una ventina di gol tra coppe e campionato. È vero, ma alla fine non mi è rimasto niente. Anzi, mi è rimasto in gola quel cartellino giallo del Nou Camp».

— Il ‘98 è alle porte e l’anno nuovo si porta dietro il Mondiale di Francia. Passarella, dopo averti lasciato riposare per tanti mesi, ha dichiarato che tu sei l’unico certo del posto tra i 22...
«Manca ancora tanto di quel tempo che è inutile fare discorsi di questo genere. Questa stagione per me è importante perché voglio dimostrare ai pochi che non ci credevano che Batistuta può ancora fare grandi cose sui campi di calcio italiani. Ovvio che il Mondiale sia il massimo per un calciatore, io ne ho giocato uno negli Stati Uniti e nonostante una tripletta nella prima gara contro la Grecia non è andato come avrei voluto. Se Passarella davvero punterà su di me in Francia, farò di tutto per regalare una gioia agli argentini. Ma, ripeto, l’obiettivo è lontano e in mezzo ci sono tante partite importanti della Fiorentina».

— Settimo anno di Firenze e di Fiorentina. Che cosa ti hanno dato la gente e i compagni?
«Il pubblico fiorentino è speciale, ha il palato finissimo ed esige molto. Con me è sempre stato affettuoso, non mi ha mai contestato nemmeno nei momenti difficili, almeno i tifosi veri come li definisco io. A livello di spogliatoio, come si sa qualche problema l’ho avuto appena arrivato. Diciamo che i compagni di reparto di allora (Borgonovo e Branca, n.d.a.) non fecero molto per aiutarmi a inserirmi. E poi ricordo che rispondendo a un’intervista sul valore di Latorre, mio compagno nel Boca e di proprietà della Fiorentina, dissi che era molto bravo e che avrebbe fatto bene anche in Italia. Qualcuno interpretò male la mia frase e se la prese con me. Quel qualcuno, Massimo Orlando, poi è diventato uno dei miei migliori amici nel gruppo. Un altro che ricordo volentieri è Peppe Iachini: un cuore grande così, in campo e fuori. Appena possibile ci frenquentiamo ancora, le nostre mogli sono molto legate. Invece di andare in pensione gioca ancora... Scherzo, naturalmente: se il Venezia è partito così bene, gran parte dei meriti vanno proprio a lui, uno che non si è mai dato per vinto, neppure nei difficili momenti degli infortuni. Uno che ai giovani ha davvero tante cose da insegnare».

— A proposito di giovani: Thiago e Lucas promettono bene?
«Thiago è un bambino sensibile e tranquillo, molto riflessivo. Ma quando ha un pallone tra i piedi si scatena. Lucas è ancora troppo piccolo, ha un anno e mezzo, è un “gordito atorrante”, come diciamo noi in Argentina, un “cicciottino terribile” che pensa solo a mangiare e a fare casino. Per il pallone c’è tempo, ma non sarà certo il padre a spingerli a fare i calciatori. Il mio sogno, una volta lontano dal calcio, è ritirarmi con la mia famiglia nella nostra fazenda a Reconquista: a mangiare tanti “asados” (la carne alla griglia argentina, n.d.a.), a organizzare battute di cacia e pesca notturna sul fiume Paranà con gli amici, a bere tanto “mate” (un infuso caldo di erbe che si bene dentro una zucchetta svuotata con una cannuccia metallica da dividere tra i bevitori secondo la tradizione india, n.d.a.) sotto un albero».

Con un’unica avvertenza, destinatari la moglie Irina e Tany, la ragazza di casa: non mettere lo zucchero nel mate di Gabriel. Potrebbe arrabbiarsi più di quando sbaglia un gol.

di Matteo Dotto

torna indietro