Forza Viola 7/1998



Gli stranieri viola/Can Bartu'
L'ARTISTA INDOLENTE

Il Sivori di Istanbul, lo chiamavano i suoi tifosi ai tempi della militanza nel campionato turco. Ma si sa, l’affetto per il proprio beniamino a volte può portare a distorcere parzialmente la realtà.
Giocava a basket, invece, il giovane Can, e pure con successo. A soli diciotto anni aveva già collezionato la bellezza di sedici presenze nella Nazionale del suo Paese, e il football era l’ultimo dei suoi pensieri. Il duro mondo del calcio, fatto di allenamenti massacranti, ritiri ascetici e contrasti spaccagambe non pareva proprio fare al suo caso: lui, viziato, figlio di un ricco petroliere proprietario di castelli sul Bosforo.

Ancora non lo si poteva immaginare, ma nel destino del giovane emiro c’erano proprio le rudi scarpe bullonate.
Caso volle che il neo allenatore del Fenerbaçhe, l’ungherese Laszlo Szekely, lo vedesse impegnato in un match della Nazionale turca e seduta stante stabilisse che quel cestista avesse i numeri per sfondare anche nel calcio. Quali indizi potessero averlo condotto a tale immediata conclusione non sono a noi noti. Che avesse intravisto in un coast-to-coast con un compagno geniali serpentine da ripetersi con la palla fra i piedi in mezzo a nugoli di difensori avversari?
Ormai è tardi per porsi simili interrogativi; si sa però che, al termine dell’incontro, il tecnico magiaro volle conoscere il giovane per convincerlo ad abbandonare il basket per il football. Ma Can, plausibilmente sorpreso, rispose che diventare un campione della pallacanestro era il suo unico sogno e che il calcio lo conosceva a malapena.

Il tenace ungherese, però, non si diede per vinto, e convinse il piccolo emiro a frequentare lo stadio del Fenerbaçhe.
Sembra una barzelletta, ma dopo soli due mesi il cestista pentito si aggregò alla prima squadra. Poco più tardi un nuovo esordio in Nazionale. Da non credersi.
Ancora più incredibile il suo ingaggio da parte della Fiorentina, bisognosa di una mezzala di classe, nel campionato 1961-62. Fu il tecnico viola Hidgekuti a innamorarsene, dopo averlo visto all’opera contro l’M.T.K. Budapest. Anche Beppone Chiappella venne spedito sui Dardanelli a visionare l’ottomano, e l’impressione che ne trasse fu davvero ottima.

Pressato anche dal Racing Parigi, Can scelse Firenze, meta preferita dalla sua promessa sposa. In Italia, però, la musica cambiò piuttosto in fretta. Il “Sivori di Istanbul” si rivelò neppure lontano parente del campione sudamericano. Certo, la classe cristallina e la tecnica superiore non erano in discussione, ma mancava il temperamento. Can Bartù, forse abituato ai ben più morbidi contrasti sotto canestro, era semplicemente terrorizzato dai tacchetti dei terzini della Penisola. Quando lo si accusava di evitare il contrasto coi difensori, lui replicava candidamente: «Loro mica vogliono il pallone... mirano alle gambe, amico mio. E io mica sono fesso. Mi scanso».
E poi, per dirla tutta, il califfo dei Dardanelli alternava giornate illuminate da giocate geniali ad altre (ben più frequenti) di completa abulia. Era quasi un’abitudine vederlo stazionare pigramente nella trequarti avversaria, in attesa di essere servito, mentre il resto della squadra, magari in pieno affanno difensivo, tornava a dare manforte alla retroguardia. «Ma io sono un attaccante, non un difensore. Ognuno ha i suoi compiti: il mio è quello di segnare i gol, quando capita, gli altri devono cercare di evitarli. E poi, se io vado dietro, gli avversari diventano di più all’attacco».

Liscio come l’olio, se segni venti gol a campionato, ma vai a raccontarlo ai compagni, con la miseria di due reti all’attivo.
L’abulia, appunto, e la scarsa propensione ad allungare il piede gli costarono l’esilio forzoso a Venezia per la stagione successiva, nonostante l’ottimo terzo posto finale raggiunto dai viola. E l’aria della laguna, forse più simile a quella del Bosforo, giovò alla mezzala turca, che in neroverde firmò la sua migliore stagione italiana, condita da trenta presenze, spesso di sostanza, e otto reti. Chiappella, che sempre aveva ammirato il ragazzo, lo fece tornare prontamente nel capoluogo toscano. Come da copione, le attese che si erano create attorno a quel Sivori mancato furono nuovamente tradite, e la seconda stagione viola di Can risultò ancora peggiore della prima. Debuttò alla quinta giornata, ma non venne confermato. Alla tredicesima, contro il Catania, venne coinvolto in una rissa ed espulso. Tornò in campo nel girone di ritorno, a tutta prima sembrò aver recuperato lo smalto dei giorni migliori, poi il suo rendimento decadde in modo vistoso e un infortunio alla spalla non lo aiutò a recuperare.

Al termine del campionato, logicamente, fu ceduto. Entrò nel giro di scambi che avrebbero portato Morrone dalla Lazio alla Fiorentina. Avrebbe vestito la maglia biancoceleste per ben tre anni, confermando le sue caratteristiche di geniale ispiratore nelle rare giornate di grazia e di inutile orpello in quelle di luna storta. Sentite cosa diceva di lui il compagno della Lazio Castelletti: «Ha più classe di Suarez! Quello che ho visto fare a lui con il pallone non l’ho visto fare a nessuno in tanti anni di carriera. Nella nostra tournée in Russia, ad esempio. Il turco combinò cose... turche, certi tocchi da leggenda, da mille e una notte. Però è di un’abulia inarrivabile. Tocca davvero aspettare... mille notti per godersi un solo giorno di sole! Peccato che sia così. Non corre, non gli va di gettarsi a capofitto nella mischia come un qualsiasi giocatore di calcio che si rispetti. Però che classe ragazzi, che classe! L’Università del calcio: ecco di che classe è Can Bartù!». Chissà. Se avesse continuato col basket, adesso forse lo si ricorderebbe come il Larry Bird di Istanbul, non come il lunatico emiro pelandrone che mai ascese al trono di Firenze. di Filippo Manaresi

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