Forza Viola 4/1999



L'alfabeto di Guillermo Amor
IL MESTIERE DI VINCERE

Alicante
Sarebbe più preciso parlare di Benidorm, posto di mare da cui è partito Guillermo Martinez Amor per conquistare il mondo del pallone. Luoghi di sole e colori accesi: Alicante è il capoluogo di provincia, una città di quasi trecentomila abitanti al centro di una baia mediterranea, protetta da un anfiteatro di colline che la protegge dai venti del Nord. Vive, oltre che di turismo, dei prodotti dell’huerta circostante, immersa nei profumi degli agrumi e della liquerizia, tra ulivi, alberi da frutta e vigneti che producono alcuni tra i migliori vini della Spagna. Un posto di sogno, da cui ti sposteresti malvolentieri, non fosse per quel destino che accomuna pochi eletti che sanno addomesticare il pallone, e di calcio hanno imparato a vivere.

Barcellona
La vita, prima della Fiorentina. Una carriera vissuta in blaugrana. E nella storia del Barça, Guillermo ha lasciato traccia di sè. Trecentoundici presenze in undici stagioni, quarantasette reti segnate. Praticamente, un fedelissimo. «Il Barça è la squadra del cuore, è un’intera carriera. Oltre un decennio con quella maglia sulle spalle, per un calciatore significa una vita. Là sono cresciuto e maturato, non solo dal punto di vista sportivo. Anche come uomo». Ci è arrivato nell’88, dopo due anni passati all’Atletico Barcellona, società satellite. Non si è più mosso fino al momento di fare le valigie per Firenze.

Cruijff
Se i maestri hanno cognomi del genere, gli allievi non possono che crescere forti. «Lui è stato il tecnico che mi ha lanciato, che mi ha fatto fare il salto di qualità. Per il Barcellona è una specie di bandiera, ma direi che lo è per il calcio in assoluto. Ha imparato tante cose, durante la sua gloriosa carriera. E ha il dono di sapertele insegnare con semplicità e chiarezza».

Deschamps
Battezzato da subito, Amor. Dai compagni della Fiorentina, naturalmente. Appena arrivato, alle spalle un pugno di allenamenti, loro avevano già deciso a chi poteva assomigliare, dal punto di vista calcistico, questo centrocampista eclettico, capace di ricoprire parecchi ruoli in mezzo al campo. Deschamps, appunto. Lui ringrazia, e puntualizza: «Il paragone mi sembra interessante e lusinghiero. Io, però, forse ho piedi migliori del francese». Lo dice con un sorriso allegro stampato sul volto, ma in fondo ci crede.

Esempio
Uno che sa stare al suo posto, Guillermo Amor. Che in questi primi mesi nel calcio italiano non ha avuto spazi infiniti nei quali liberare la fantasia, ma mai ha azzardato un accenno di polemica. Trapattoni non l’ha dimenticato in un angolo, anzi nutre per lui una profonda stima. E quando parla della sua truppa ha spesso una citazione per lo spagnolo: «Guillermo è il più vincente dei nostri giocatori. Ha capito quello che occorre per vincere gli scudetti, anche perché ne ha già collezionati tanti, in Spagna. Chi non si sentisse preparato dovrebbe prendere lezione da lui, vedere con quale intensità si allena anche se gioca meno degli altri. È un professionista vero». Detto dal Trap, è un gran bel complimento.

Famiglia
La donna della sua vita, Guillermo l’ha conosciuta proprio nel mondo del calcio. Marta, sua moglie da sette anni, è figlia di un calciatore. Gli ha rallegrato la vita regalandogli due gioie infinite. La prima si chiama Alexander, che cammina spedito verso i quattro anni: «Il più grande dei miei figli. È nato a Barcellona, quel giorno non lo dimenticherò mai». Poi, un anno dopo, è arrivato Daniel: «Quando è nato stavo giocando la Supercoppa europea. Negli anni mi farò perdonare quell’assenza...».

Gabriel
Batistuta, naturalmente. Un campione che Amor rispetta e ammira. «Per me è il più grande attaccante del mondo, insieme a Ronaldo. Sono contento di giocare al suo fianco. Vincere il campionato italiano è un’impresa difficilissima, per qualunque squadra. Comunque vada a finire, se siamo tra quelli che si possono permettere di provarci lo dobbiamo anche a lui, che in campo è sempre un’arma in più».

Hall
Quella dell’albergo Westminster di Parigi, dove la trattativa per il passaggio di Amor dal Barcellona alla Fiorentina è andata in porto. Era il 20 giugno del ‘98, in quell’occasione i dirigenti della Fiorentina (Luna, Antognoni e Governato) incontrarono prima i rappresentanti del giocatore, quindi, in una suite al primo piano dell’albergo, lo stesso Guillermo. Che nell’occasione era stato accompagnato dalla moglie Marta e dall’amico e compagno di squadra Sergi. A sera, nessuno annunciò ufficialmente il passaggio in viola di questo pezzo di storia del calcio catalano. Ma le trattative erano già praticamente concluse. Due anni a Firenze, con l’opzione per il terzo.

Intelligenza
Nel calcio e nella vita, Guillermo Amor è un uomo che riflette e non parla mai fuori dalle righe. Dodici anni di calcio ai massimi livelli, col Barcellona, lo hanno riempito di esperienza. Conosce i segreti che occorrono per tenere unito il gruppo, sa trovare le frasi giuste nelle occasioni delicate. La sua massima preferita, «per vincere gli scudetti bisogna saper usare soprattutto la testa», è diventata uno dei cavalli di battaglia del Trap. Che del resto lo sapeva da tempo.

Javier
Clemente, si capisce. Il tecnico che gli ha aperto la porta della Nazionale, in cui Amor ha collezionato trentacinque presenze (e tre reti). «Un grande uomo. Professionista vero, di quelli che sanno come si fa a tenere lo spogliatoio unito. Con i giocatori stabiliva immediatamente un ottimo rapporto, ricco di umanità. E per tutti noi è stato un punto di riferimento imprescindibile».

Luis
Papà Amor, che insieme a mamma Catalina ha assecondato la passione del figlio per il calcio senza mai forzarlo nelle scelte. «Mi sono stati vicini, la loro presenza è stata discreta ma costante. E adesso sono orgogliosi di quello che ho fatto, della mia professione. Se sono diventato calciatore, lo devo anche a loro».

Maradona
Un momento indimenticabile. Il Barcellona sta giocando un’amichevole, e in maglia blaugrana si esibisce quel fenomeno di Diego Armando Maradona. Che a un certo punto esce tra gli applausi, lasciando il posto in campo a un ragazzino di nome Guillermo. Ricordo indelebile. «Per me fu il massimo, Maradona è sempre stato il mio mito, nel calcio. Un infortunio ha bloccato la sua parentesi al Barça, ma resta un campione immenso e io sono felice di averlo conosciuto, di avere indossato i suoi stessi colori. La sua vita fuori dal campo? È un’altra storia, un suo affare privato. In campo era il calcio».

Niño
Il primo soprannome di Guillermo a Barcellona. Facile intuire perché. Era un ragazzino, quando si affacciò alla porta della società catalana. Il più giovane di tutti. Col tempo, il “Niño” è cresciuto, e di strada ne ha fatta davvero parecchia.

Organizzatore
Lui si definisce un “uomo-squadra”. Prezioso in fase di copertura e nell’impostazione della manovra, in grado di coprire ruoli diversi. «Non ho problemi, nella mia carriera ho fatto il centrale, il laterale a destra e a sinistra. So adattarmi alle situazioni». E alla Fiorentina, anche se le possibilità di scendere in campo per il momento sono ridotte, ha portato un bagaglio di esperienza enorme.

Palmares
Ci si può perdere, nel tentativo di rincorrere e catalogare i trionfi personali di Amor. Ricapitoliamoli, scorrendo l’albo d’oro del Barça. Guillermo ci arriva nell’88 e se ne va nel ‘98. In mezzo ci sono tre successi nel campionato spagnolo, due edizioni della Coppa del Re, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e due Supercoppe Europee. Da brivido.

Ronie
Un amico sincero. Anche Luis Nazario da Lima, in arte Ronaldo, ha indossato la gloriosa casacca blaugrana che quest’anno festeggia i cent’anni. Quando la Fiorentina ha ufficializzato il suo acquisto, il brasiliano ha commentato così: «Ora ho un amico in più che lotterà contro la Juventus». Scherzando, ha messo in evidenza il rapporto che li lega dai tempi di Barcellona. Affetto ricambiato. Lo spagnolo, oltre a mettere Ronaldo in cima alla lista degli attaccanti mondiali insieme a Batistuta, ha rilanciato: «Voglio che mi spieghi tutto del campionato italiano. Da un maestro come lui ho soltanto da imparare».

Stallone
Nel senso di Sylvester. Sembrerà strano, visto il carattere del campione spagnolo. Un uomo tranquillo, estremamente riflessivo. Uno che non va mai fuori tempo nella vita, che misura le parole e fa un uso saggio della pazienza in ogni occasione. Un uomo di grande classe, che pure si esalta quando sullo schermo scorrono le immagini di film come Rambo o Rocky. Una passione, quella per i film d’azione e d’avventura. Di cui Stallone, appunto, è un caposcuola.

Trapattoni
«Trapattoni è un grandissimo allenatore. Un vincente. Non so ancora quale modulo intenda adottare, non mi importa se gli hanno affibbiato l’etichetta di difensivista. Lui ha vinto, continua a vincere e soprattutto trasmette la sua mentalità agli altri. Io dovevo chiudere un ciclo e riaprirne un altro. Quale migliore occasione, se non quella di ricominciare da lui?»: così parlò Guillermo Amor al suo arrivo a Firenze. E non si trattava di frasi di circostanza. Del resto, al di là del fatto che gli spazi siano rimasti appena socchiusi, per lo spagnolo, non è un segreto che il Trap nutrisse grande stima nei suoi confronti. Quel giorno a Parigi lo disse chiaramente anche Luciano Luna: «Guillermo è un ragazzo splendido. Voluto soprattutto da Trapattoni». Più chiaro di così...

Umiltà
Ci vuole anche quella, insieme alla pazienza, per costruirsi un curriculum da campioni. Guillermo Amor lo sa, perché lui nelle sue stagioni al Barça ne ha sempre avuta. Ai Mondiali di Francia, per esempio, non ne fece largo uso la sua Nazionale, e lui fu uno dei primi a mettere in chiaro le cose: «La Spagna va male perché è arrivata in Francia sopravvalutata dalla gente, dall’ambiente intorno. Pensava di essere in grado di lottare per il titolo. Ma non è così semplice vincere un Mondiale. Anzi, è una vera e propria impresa. Di quelle che non si possono affrontare con troppe certezze, soprattutto all’inizio». Profetico.

Van Gaal
Non è un gran bel ricordo, per Amor. Fu il tecnico olandese a presentare a Gaspart la lista degli indesiderabili, estromettendolo di fatto dalla squadra che lo aveva visto crescere. «Quel giorno, non mi vergogno a dirlo, ho pianto. Io nel Barça sono cresciuto, quando ero un ragazzo la società mi ha addirittura pagato gli studi, ho vissuto stagioni splendide. Ma la vita continua, anche quella calcistica. Che adesso, per me, si chiama Fiorentina».

Zitto
La difficile arte del silenzio. Guillermo Martinez Amor la conosce, al punto da essere considerato, da qualcuno, un po’ introverso. In realtà, sa farsi ascoltare dai compagni e la sua esperienza è preziosa nello spogliatoio. Il fatto è che lui la mette a disposizione senza farla cadere dall’alto, senza alzare i toni. Si può essere carismatici anche spendendo una parola in meno. Però è una dote che non appartiene a tutti, ma solo agli uomini veri.

di Marco Tarozzi
(ha collaborato Laura Bandinelli)

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