24/11/2017

Calcio italiano: motivi di una crisi

aprile 17, 2009 di  
Inserito in Calcio news, Serie A

diritti_tv

Club schiavi degli introiti derivanti dai diritti tv
copyright flickr.com

ROMA – Con l’uscita di scena dell’Udinese,  ieri sera contro il Werder Brema,  la pattuglia italiana in Europa è stata completamente estromessa dalle competizioni internazionali. I motivi di questa crisi quali possono essere? Proviamo ad analizzarli per punti:

ORGANIZZAZIONE

In Italia difficilmente si porta avanti un progetto serio, si lavora poco sui vivai e si investono male i soldi che si hanno; tutto perchè non si ha pazienza e voglia di costruire una squadra forte a lungo termine ma si vuole tutto e subito. Questa fame di vittoria ad ogni costo da cosa deriva? Beh, deriva dal fatto che il nostro calcio non è un isola felice estranea ai problemi del Bel Paese ma fa parte ed è conseguenza di quello che vediamo in altri aspetti della nostra società. Principalmente, in ambito calcistico, gli unici veri ricavi delle squadre Italiane sono derivanti dai diritti televisivi, e vi è una forta tassazione dell’erario, per cui le squadre sono quasi con l’acqua alla gola. Debbono assolutamente vincere qualcosa di sicuro nell’annata per compensare gli introiti avuti dalle televisioni in relazione alle tassazioni da pagare. Ci si chiede: e gli stadi? Ecco un’altro problema… Le strutture in Italia ormai sono fatiscenti e, tranne qualche rara eccezione, sono impianti che andrebbero rifatti dalle fondamenta e gestiti privatamente dalle società calcistiche in modo da poterne avere dei ricavi assai più sicuri e un numero di spettatori anche maggiormente variegato, cosa che adesso non accade.

maldini

Maldini ultimo difensore dai piedi buoni?
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MENTALITA’ E TATTICA
Parlavamo di mentalità…Purtroppo per le ragioni sovraesposte, non si riesce a fare un progetto a lungo termine ma si lavora anche in modo troppo ossessivo sulla tattica più che sulla tecnica. Guardando le partite del calcio estero si nota come gran parte dei giocatori in campo abbiano i fondamentali per saper giocare bene a questo sport. In Italia ciò non accade perchè fin dai settori giovanili  i ragazzini vengon istruiti ad avere dei ruoli precisi in campo, senza che questi possano sviluppare le loro capacità e migliorarle prima da un punto di vista tecnico e poi da uno tattico. Qui, invece, viene privilegiato solo l’ultimo aspetto e ciò cosa comporta? Comporta che spesso i difensori non sanno come impostare l’azione, sovente mandano la palla in tribuna,  sbagliano appoggi anche apparentemente semplici perchè si ritiene che il difensore sia quello che debba avere più che forza fisica e senso dell’anticipo senza però preoccuparsi di un aspetto fondamentale, ossia il famoso controllo di palla. Se uno ci pensa e si chiede: come mai Maldini, pur giocando da difensore, ha capacità di impostare l’azione? Cito Maldini perchè è un caso eclatante. La risposta è che il giocatore del Milan nelle giovanili giocava attaccante, che per mentalità nostra, deve essere quello dotato di un pò più di tecnica e di controllo di palla. Ma di esempi ve ne sono altri e quello più recente è il caso di Santon. Quindi si lavora troppo su un discorso settoriale e questo comporta che molti calciatori non si preoccupino e non lavorino più sul miglioraramento della propria tecnica, ma si concentrino semplicemente ad occupare al meglio possibile la propria posizione in campo. A questo si affianca il discorso dei centrocampisti e del gioco in generale dove troppo spesso si hanno dei centrocampisti maggiormente preposti a compiti di pressing e copertura più che di costruzione della manovra. Spesso la motivazione riguarda il coprire il trequartista, ma la domanda sorge spontanea: come può dialogare, calcisticamente parlando, il trequartista con il centrocampo, se questo non è in grado di metterlo in condizione di nuocere? Quindi si assiste a lanci lunghi, non si gioca mai la palla a terra e si scavalca la mediana; la mezza punta deve così arrivare a livello della propria linea difensiva per partecipare al gioco. Ecco, questa cosa non va…Ci vuole qualità e possesso di palla e le squadre inglesi in questi ultimi due anni ce lo hanno dimostrato. Ultimo punto che mi preme sottolineare è che solo qui vediamo 10 uomini dietro la linea della palla. Da altre parti il Recreativo se la gioca con il Real a viso aperto. Qui, invece, vediamo spesso delle barricate che le squadre più piccole erigono quando affrontano Milan, Inter e Juventus perchè si ragiona solo in funzione di un risultato; insomma,  non si pensa proprio: “Ok, proviamo a giocarcela e a mettere in difficoltà sotto il piano del ritmo la squadra avversaria”, niente di tutto questo.

Proteste contro l’arbitro
scena ricorrente sui nostri campi

MANCANZA DI CULTURA SPORTIVA
Guardando le partite nostrane vediamo uomini crollare a terra manco fossero stati sparati, barelle ogni tre secondi e capannelli attorno all’arbitro. Ora queste cose riguardano essenzialmente NOI. In ambito internazionale il gioco per queste cose non viene quasi mai interrotto. Un giocatore anche se subisce un colpo si rialza prontamente per ritornare a dare una mano in fase difensiva, vedi Rooney contro il Porto. Qui si sta mezz’ora a terra, con lo scopo a volte di bloccare il contropiede avversario e obbligare qualcuno a mettere la palla in fallo laterale. Per non parlare delle simulazioni che sono davvero una nostra vergogna. Altra cosa che mi preme sottolineare riguarda il discorso arbitrale. E’ vero da noi c’è un problema arbitrale dettato soprattutto da una dipendenza della federazione delle giacchette nere nei confronti della Lega. Questo però esaspera l’idea di un complotto, di sotterfugio, creando alibi anche ingiustificati quando si perde una partita. Spesso gli allenatori quando si perde parlano più dell’arbitro che del fatto che la propria squadra abbia subito un goal che si poteva e doveva evitare. Si vuole vedere sempre in qualcun’altro la responsabilità di una sconfitta. Sotto questo profilo non c’è equilibrio e diciamo che anche i media tendono, ovviamente, ad ingigantire tutta questa cosa per logiche di mercato e di interesse. Altrove questo non capita, non si parla di una settimana di episodi discutibili, si parla di calcio e di azioni dei calciatori. Qui invece pare che l’arbitro sia l’unico attore in campo. Ci vorrebbe, quindi, un minimo di equilibrio e di cultura della sconfitta.

Questi sono i punti da me analizzati, chi volesse commentare l’articolo può farlo con l’applicazione sottostante, esponendo il proprio pensiero e allargando anche il discorso se vuole. La parola a voi lettori.

  • werter scrive:

    “Piedi buoni” ce ne sono in abbondanza in Italia. Tatticamente i calciatori e tecnici italiani non hanno da invidiare niente a nessuno su questo pianeta.
    Fisicamente non sembrano inferiori le squadre italiane rispetto alle inglesi, e nemmeno il know how dei loro preparatori.
    COSA CAUSA LA PENURIA DI RISULTATI ATTUALMENTE NEL CALCIO ITALIANO?
    QUAL’è IL VERO PERCHè DI TUTTO CIò?

    é palese che si tratta di mancata preparazione ottimale dal punto di vista mentale all’approccio non solo della singola gara, ma di tutto l’iter lungo le varie competizioni.

    LA “PSICOLOGIA” CALCISTICA ITALIANA NON STA FUNZIONANDO!
    Serve recuperare ed usare le azioni di successo che erano avvenute quando vincevamo noi in Europa. Ma quelle prima delle gare, non solo durante. Correre con grinta non è sufficente.

  • Alessandra Stefanelli scrive:

    Concordo in particolare con il punto riguardante la mancanza di cultura sportiva.
    Sulla questione economica… è verissimo ciò che dici sulla mancanza di introiti per le società italiane, ma credo anche che i soldi che ci sono non vengano investiti come converrebbe. Le prima due squadre del campionato di serie A hanno speso rispettivamente 15 e 10 milioni per tali Muntari e Poulsen. Possibile che per quelle cifre non ci fosse di meglio? Siamo consapevoli che la situazione economica non è positiva, appunto per questo bisognerebbe investire con maggior criterio.
    A me comunque sembra che qualcosa si stia lentamente muovendo. Alcune squadre stanno preparando e costruendo stadi di proprietà, altre hanno iniziato a lavorare in maniera proficua sul vivaio inserendo giovani meritevoli in prima squadra.
    Insomma, come al solito arriviamo tardi… ma arriveremo. O almeno spero.

  • Ale Fal scrive:

    Io credo che sia solo una questione di soldi…negli anni 80 i piu grandi campioni del calcio mondiale giocavano in Italia….Basta pensare che che gente come Diaz era all’Avellino oppure Dunga a al Pisa , questo per dire che per un calciatore non era importante in quale squadra ma gia giocare in Italia era un punto di arrivo e non di partenza come puo essere adesso…purtroppo in spagna gli stipendi sono tassati meno che la meta che in Italia ….basti pensare che il Milan per dare 9 milioni netti a Kaka ne deve spendere 15,5…..questo in fondo secondo è il vero problema, è difficile portare i grandi campioni in Italia

  • lovejoe scrive:

    Ciao a tutti.
    Concordo con i motivi sviscerati dal buon Tiseo Giandomenico. Concordo sulla mentalità ma un po’meno sulla tattica. Se tutte le squadre italiane sono uscite con decoro contro le squadre inglesi è proprio perchè possono contare su una organizzazione e su una tenuta del campo ancora all’avanguardia, tant’è vero che dall’Oltremanica ce la stanno importando, vedi Capello e Zola e magari anche Ancelotti…
    Se il Barcellona riesce a stare lì in mezzo è proprio perchè evidentemente attua la stessa politica o forse anche migliore…
    Speriamo che la nostra situazione evolva e la classe dirigente dei nostri club capisca che per andare avanti in Europa è meglio una mentalità stile Gasperini che stile Ranieri…

  • Alessandro scrive:

    Parole sante.
    Per tanti anni ci siamo cullati sul fatto che le nostre squadre, più ricche, dominavano in Europa.
    Dalla fine degli anni ’80 alla fine dei’90 abbiamo fatto letteralmente razzia di trofei. Senza andare a cercare il solito Milan abbiamo visto trionfi di Juventus, Inter, Parma, Napoli, Lazio…squadre come Bologna Torino o Cagliari fare comunque dei figuroni…ci andava bene perchè noi eravamo i più ricchi e gli altri ci invidiavano. Fino a pochi anni fa all’estero quando una squadra spendeva molto sul mercato i rivali dicevano sarcasticamente “ora siete pronti per il campionato italiano…”.
    Ora la tendenza si è invertita, Spagna e Inghilterra ci hanno superato, la Liga e la Premier sono campionati più appettibili, con maggiore spettacolo, dove si assiste ancora a partite di calcio. Il nostro no. Uno spettatore straniero, che attrativa, che spettacolo può trovare, in partite come Inter-Torino che spesso risultano inguardabili adirittura per gli stessi tifosi delle squadre in campo? Con una squadra palesemente più forte che suda e suda per avere ragione di un altra palesemente più debole che si rintana portando 10 uomini negli ultimi 30 metri a difendere il pareggio? Questa è la mentalità che ha rovinato l’appeal del nostro calcio, quella del risultato a tutti i costi, che ha portato anche un allenatore “nuovo” per il nostro calcio come Josè Mourinho ad abbandonare le sue idee di un calcio moderno per ripegare sull'”usato sicuro” del suo predecessore Mancini, per nulla spettacolare ma collaudato per vincere. Almeno in Italia.
    Il campionato italiano forse resta il più difficile, il più duro dal punto di vista fisico e il più complicato da quello tattico. Ma non è spettacolare, non è “appettibile” per le platee internazionali e di conseguenza non attira capitali, e anche la qualità complessiva delle squadre ne risente pesantemente, come si sta vedendo nei risultati delle coppe europee.
    Le soluzioni? Io non sono un esperto. Penso però ci vorrebbero stadi di proprietà, una più equa distribuzione di diritti televisivi (che permetterebbe anche alle squadre più piccole di avere risorse e portare in Italia qualche talento, magari giovane e straniero) un impiego più oculato delle risorse che ancora ci sono e una attenzione ai vivai per costruire in casa i campioni. Ma depurandoli dalla mentalità del “vincere a tutti i costi” che ormai permea anche le nostre scuole calcio dove sempre più spesso si vedono partite sulla falsariga di quelle dei “grandi” ossia tatticismo esasperato, palla lunga e catenacci.
    In sintesi. Si torni a “GIOCARE A CALCIO”.

  • Michael Vittori scrive:

    innanzitutto concordo sull’assoluta mancanza di cultura sportiva e l’ansia del risultato: ogni sconfitta diventa uno psicodramma, e troppo facilmente si addita l’arbitro quale causa della propria rovina. questi, però, sono mali endemici, son sempre stati presenti. C’erano anche quando vincevamo coppe su coppe, insomma. L’Italia non è mai stata patria di bel calcio, ma di un calcio efficace e vincente. Oggi, invece, non siamo neanche più vincenti. Colpa innanzitutto della mancanza di cash e quindi di grandi campioni: i nostri club non hanno stadi di proprietà, i tempi delle vacche grasse e dei munifici magnati (è rimasto il solo Moratti) è finito, il nostro marketing non funziona al meglio. E inoltre siamo in piena crisi… Il vivaio è un’altra strada, ma più difficilmente percorribile; sono poche le grandissime società -Arsenal e in parte Barcellona- ad usfruirne appieno. Alla fine, basta pensare che il super Manchester ha speso fior di milioni per Tevez, Anderson, Nani, ecc…… che oggi non figurano manco nell’11 titolare. Insomma, per comprare i (giovani) forti ci vogliono sì lungimiranza ma anche risorse economiche. Senza dimenticare i debiti che stanno per soffocare il Liverpool…
    Un altro aspetto preoccupante riguarda le doti fisico-atletiche, perchè a mio avviso nemmeno all’estero pullulano fior fior di difensori. Perchè gli altri corrono più di noi? perchè sanno imporre ritmi infernali che non riusciamo a reggere per 90′? Lì è più evidente il gap. Non sarà soltanto la carta identità a determinarlo, perciò occorre ripensare preparazioni e modo di approcciare il match.

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