18/12/2017

Miti del calcio: Alfredo Di Stefano

aprile 16, 2009 di  
Inserito in Amarcord

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Il giovane Di Stefano ai tempi del River
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“Io non so dire se come giocatore ero meglio di Pelé, ma posso dire senza ombra di dubbio che Di Stefano era meglio di Pelé.” Parole e musica di Diego Armando Maradona. Orgoglio argentino? O la solita uscita del Pibe de Oro?

Di sicuro Alfredo Di Stefano è stato il miglior giocatore dei suoi tempi. Attaccante letale sotto porta, ma non solo: la Saeta Rubia! Un biondino che correva da una parte all’altra del campo quando gli altri ancora camminavano. Il primo calciatore moderno, regista d’attacco e uomo simbolo del Real Madrid tra il 1953 e il 1964. Mica una squadra qualsiasi in un periodo qualunque. Ma ci torneremo.

Di Stefano nasce a Buenos Aires il 4 luglio 1926. Figlio di emigranti italiani e collezionatore di cittadinanze: argentina, of course, ma anche colombiana e spagnola, che raccontano anche la sua storia da girovago del pallone. Storia che inizia, come per tutti a quei tempi e in quella terra, nelle polverose periferie della sconfinata capitale argentina. Eppure a quel biondino dalla tecnica sublime si apre subito un’autostrada: il River Plate. Dalle giovanili alla prima squadra il passo è brevissimo, non così quello tra la panchina e il campo. Prima ancora di esordire viene smistato all’Huracan. Il solito prestito formativo. Se son rose fioriranno… E fioriranno davvero in poco tempo, basta una stagione, 10 gol in 25 partite, tra cui una storica al River dopo 15 secondi dal fischio d’inizio. Record di velocità per il campionato argentino e mea culpa immediato dei Millonarios che lo riportano alla base e gli danno un posto da titolare in attacco e la licenza di segnare. Di Stefano non tradirà le attese: al primo colpo arrivano uno scudetto e il titolo di capocanniere grazie alle sue 27 marcature in 30 partite. E la chiamata della Seleccìon per la Coppa America di dicembre in Ecuador. 6 presenze, 6 gol: Argentina Campione delle Americhe per l’ottava volta e Di Stefano catapultato nel gotha del calcio continentale. Altre due stagioni al River con alti e bassi poi l’addio, complice uno sciopero dei calciatori che mette in pericolo lo svolgimento del campionato.

Pur di non restare ferma, la Saeta Rubia accetta i dollari dei Millonarios di Bogotà, Colombia. Campionato minore e non riconosciuto dalla FIFA dove il nostro, naturalmente, fa il bello e il cattivo tempo. In quattro stagioni porta a casa tre titoli (1949, 1951, 1952), mettendo insieme 108 presenze e 88 gol in campionato. E riuscendo anche ad esordire nella nazionale colombiana di cui nel frattempo aveva preso la cittadinanza. Quattro presenze in tutto, nessun gol. A quel punto l’Europa non può più restare indifferente al miglior calciatore dell’epoca.

Il Barcellona prepara le carte e costruisce i ponti per il suo approdo in Spagna, ma la situazione contrattuale confusa (il River Plate aveva ancora i diritti sul giocatore) arena le trattative. Di Stefano arriva in Spagna per firmare il contratto con i blaugrana pur avendo lasciato la Colombia senza permesso. La FIFA avalla dicendo che c’è l’autorizzazione del River Plate proprietario dei diritti, ma a sorpresa è la Federazione spagnola a bloccare tutto. Dietro questa mossa c’è addirittura il Generalissimo Francisco Franco, e il suo braccio armato nello sport: il presidente del Real Madrid Santiago Bernabeu che convince Di Stefano a firmare con le merengues. Potere e pallone: storia vecchia… Barcellona contro Madrid, falangisti contro repubblicani, centro contro periferia. Raggiunto l’obbiettivo nascosto, la Federazione Spagnola può anche permettere un compromesso: l’argentino, che aveva firmato con entrambe le squadre per quattro anni avrebbe militato ad anni alterni con entrambe, il Real Madrid avrebbe pagato ai catalani quattro milioni di pesetas per lo sgarbo e se lo sarebbe tenuto per la prima stagione. Il Barcellona declinò offeso, giurando odio eterno al Real. E Di Stefano fu merengue. Per undici stagioni.

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Di Stefano in posa con le cinque coppe Campioni del Real
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Premessa: il Real Madrid nel 1953 aveva in bacheca la bellezza di due titoli (2) racimolati in venti (20) anni. Altro che galacticos… la parte del leone sotto i Pirenei la facevano da sempre le due squadre separatiste: il Barcellona e l’Athletic Bilbao. Claro che a Madrid, e in Castiglia in generale (o Generalissimo), era dura ingoiare il rospo. Di Stefano rappresentava dunque il vento che… doveva cambiare. Infatti, con lui niente sarebbe stato più lo stesso. Otto campionati in undici stagioni più una Copa del Generalísimo (futura Coppa de Re), e un’aurea di immortalità, in patria, ma soprattutto all’estero. Era il Real di Puskas, KopaGento, Rial, Muñoz. Era il Real delle cinque Coppe dei Campioni: la squadra del secolo! Ma soprattutto era il Real della Saeta Rubia, di quel biondino di Barracas, Buenos Aires, che non solo segnava e faceva segnare, ma che dirigeva tutta l’orchestra. Anche dalla difesa, quando serviva. Con 216 gol in 282 partite è il secondo cannoniere del Real Madrid, essendo stato appena superato da Raul. Cinque volte Pichichi, di cui quattro in fila, due Palloni d’Oro. Il migliore di sempre nella squadra migliore di sempre… forse. Troppo difficile fare una classifica. Di certo Di Stefano sta al calcio come Mozart alla musica. Il resto sta ai personalissimi gusti del “consumatore”.

La Coppa dei Campioni era nata dall’utopia di un giornalista francese dell’Equipe, Gabriel Hanot. Osteggiata in un primo tempo da FIFA e UEFA, perchè minacciava la vitalità dei campionati nazionali e rischiava di oscurare il nascente Europeo per Nazioni, la “coppa dalle grandi orecchie” nasceva tra nubi minacciose che oscuravano la vallata. Gli spocchiosi inglesi non la ritenevano alla loro altezza; per gli spagnoli, al contrario, era un’occasione unica per uscire dall’isolamento politico in cui si era cacciato il regime. Chiaro che il Real Madrid, la squadra di Bernabeu, si buttasse a capofitto nell’impresa. Ma accentuare i valori politici non sminuisce quelli tecnici di una squadra costruita mattone su mattone per essere perfetta. Di Stefano è  l’uomo simbolo, il leader. Grazie a lui la manifestazione cresce in fascino e attenzione. La Champions odierna deve molto ai blancos e al suo alfiere che ne ha costruito le basi per l’immortalità. Messe in fila, in ordine, lo Stade Reims, la Fiorentina, il Milan, ancora lo Stade e l’Eintracht. Cinque vittorie consecutive e a segno in tutte le finali, per sette gol complessivi. Numeri da gigante del calcio, che però non bastano a spiegarne la grandezza. Perchè la Saeta Rubia era classe, eleganza ed intelligenza. Ciliegina sulla torta, l’Intercontinentale del 1960, la prima edizione, naturalmente, di un torneo creato su misura per decretare la grandezza delle merengues.

Gli mancò il Mondiale, che invece rese immortale Pelè e Maradona. Unico Pallone d’Oro mai presente. Colpa del periodo storico. Nel ’50 l’Argentina rifiutò l’invito degli storici nemici brasiliani. Nel ’54, da colombiano, pagò la mancata iscrizione della sua nazionale alle qualificazioni. Divenuto spagnolo, riuscì finalmente a qualificarsi nel 1962, ma un infortunio lo estromise all’ultimo. Due stagioni all’Espanyol, nell'”altra” Barcellona, prima del ritiro nel 1966. E gli onori. Presidente onorario del Real Madrid dal 2000, Giocatore del secolo per la Federazione Spagnola. Quarto di tutti i tempi, dietro Pelè, Maradona e Cruyff in una sondaggio di France Football tra gli ex Palloni d’Oro. Eppure, un giocatore così completo, attaccante, difensore, regista, leader forse non lo abbiamo più visto.