21/09/2017

Superteam: il Manchester United

febbraio 26, 2009 di  
Inserito in Amarcord, Calcio news

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Lo United nacque nel 1878

Esistono semplici squadre di calcio e Squadre. Le prime restano nell’ombra per tutto l’arco della loro esistenza, alcune possono vantare momenti abbaglianti, ma soltanto una minima parte vive di luce propria. Per sempre. E la loro storia esce dallo stretto contesto dello sport per entrare nel sociale, nel vissuto. Colori particolari che trasudano emozioni, uomini, leggenda. I Red Devils: Diavoli Rossi. Partiamo da loro, dalla squadra più ricca, moderna e amata al mondo. Non la più vincente, oggi forse la più forte. Sicuramente la più completa. Ma non è sempre stato così. Entriamo nella leggenda.

All’anagrafe di Giove Eupalla si legge che il Manchester Utd nacque nel 1878 come Newton Heat ed era la squadra dei lavoratori della Lancashire and Yorkshire Railway. Ferrovieri ed operai di un sobborgo polveroso dell’industriosa Manchester. Si sa anche che cambiò il suo nome in Manchester Utd quando un birraio della zona, tal John H. Davies decise di accollarsi i debiti del club, prossimo al fallimento. E siccome Newton Heat non gli piaceva ribattezzò la sua creatura The Manchester Utd Football Club. Appunto. Tutto giusto. Eppure lo Utd moderno, quello che temiamo ed onoriamo è molto più recente, ed è figlio di un disastro aereo. Giovedì 6 febbraio 1958. Aeroporto di Monaco di Baviera. Si faceva scafo da Belgrado, dove i Red Devils avevano pareggiato 3-3 una gara di Coppa Campioni con la Stella Rossa. Si tenta il decollo per ben tre volte, ma la neve ed il Destino cinico e baro si mettono di mezzo. L’aereo riesce a decollare ma non prende quota, urta la cima di un albero, sfiora un tetto e finisce per schiantarsi contro una baracca. Fu un’altra Superga. Ventitré morti, tra cui otto giocatori e tre membri dello staff. Destino cinico e baro, certo, eppure da quel lutto nacque la leggenda. Chi si salvò non dimenticò. Chi si salvò, come l’allenatore Matthew “Matt” Busby e tra gli altri il giovane Bobby Charlton presero a schiaffi quel Destino e forgiarono il mito.

Si, perchè fino a quel momento la storia non era stata dalla parte della squadra di Davies. L’intraprendente birraio e l’ex capitano della squadra, Harry Stafford, tentarono di costruire un giocattolino vincente da consegnare alla storia: una squadra capace di vincere due titoli nel 1908 e nel 1911, una FA Cup nel 1909; ma anche un tempio dove santificare quelle gesta: l’Old Trafford. Erano i Red Devils. E il loro stadio era un’inferno per chiunque vi entrasse. Eppure la gloria spesso risulta effimera, specie se il vil denaro ci mette lo zampino. Era il Venerdì Santo del 1915, lo Utd batte il Liverpool 2-0. Vittoria strana, per niente limpida. Calciopoli non l’abbiamo inventata noi e otto giocatori (quattro per parte) vennero squalificati. Negli anni ’20 e ’30, se possibile, la situazione peggiora: retrocessione nel 1922, lo spettro nel fallimento nel 1931, la quasi retrocessione in Third Division nel 1934, all’Old Trafford non ci si annoia mai e la discesa nel dimenticatoio sembra sempre dietro l’angolo. Un raggio di sole è il ritorno in First Division nel ’38. Ma poi ci si mette la guerra. Manchester viene sventrata dai bombardamenti tedeschi, che non risparmiano nemmeno il sacro tempio, Old Trafford viene raso al suolo. Ci vorranno quattro lunghi anni per ricostruirlo. Altri tempi…

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Sir Matt Busby e la prima Coppa Campioni del Man Utd

Con la fine della guerra, e nell’inquietante situazione che abbiamo descritto, approda al Manchester uno scozzese dalla pelle dura come la sua infanzia, reduce pluridecorato di guerra, ex mediano degli odiati cugini del City. Viene chiamato da James Gibson, l’uomo che salvò la squadra nel 1934, un ricco industriale tessile. Busby, e chi sennò? Resterà in sella fino al 1969, ma in pratica non scinderà mai il suo destino da quello dei suoi Red Devils, tanto che morirà, dopo esser diventato nel frattempo Sir e Croce della Libertà, nel 1994 da presidente onorario. Fu lui a “inventare” il Manchester Utd così come lo conosciamo oggi, squadra di livello internazionale, lungimirante regina del mercato (calcistico e non), fucina di talenti. A lui dobbiamo Duncan Edwards, Bobby Charlton, Dennis Law, Nobby Stiles e il più grande di tutti: George (The) Best. Il raccolto è subito florido: nel ’48 si festeggia la seconda FA Cup, nel ’52 il primo dei cinque titoli targati Busby, conditi da un’altra FA Cup e quattro Charity Shields. E da una Coppa dei Campioni nel 1968, giusto 10 anni dopo il disatro di Monaco. Il fiore all’occhiello…di più…lo Schiaffo al Destino. Nella finale di Wembley si giocava contro il Benfica di sua maestà Eusebio (arbitro Concetto Lo Bello ndr). Ci vollero i supplementari dopo che Graça aveva pareggiato il gol di Bobby Charlton. Ma che supplementari: Best, Kidd e ancora Charlton diedero all’Inghilterra la prima coppa dalle grandi orecchie della sua storia. Quel Manchester espresse tre palloni d’oro: l’attaccante scozzese Denis Law nel ’64, Sir Bobby Charlton nel ’66 (da Campione del Mondo con l’Inghilterra) e il nordirlandese George Best ’68. Erano l’anima dell’attacco dei Red Devils, tre fuoriclasse che hanno fatto epoca dentro e fuori (soprattutto il primo e il terzo) dal campo. Eppure nessun ciclo dura per sempre, la notte di Wembley sarà il canto del cigno dei Busby Babes. Il mister se ne andrà un anno dopo, e allOld Trafford si spegne la luce.

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Il tempio dei Red Devils, l’Old Trafford

Si, perchè negli anni ’70 e ’80 sono altri rossi ad andare di moda: quello del Liverpool, e perchè no anche quello del Nottingham Forest. Lo Utd arranca, conosce un’altra dolorosa retrocessione nel ’74. Un anno all’inferno che non espia le colpe di una squadra che non spaventa più nessuno. Tre FA Cup (’77-’83-’85) e due Charity Shield (’77 e ’86) in vent’anni sono davvero un ben magro bottino. La svolta arriva nell’estate del 1986, quando il presidente Edwards chiama all’Old Trafford un altro scozzese, già profeta in patria con l’Aberdeen. Alex Ferguson. Ed è già cronaca… o meglio, una leggenda che entra e rinverdisce la Leggenda. Gran pianificatore, Ferguson riparte dalla base, dal vivaio e ricostruisce pezzo per pezzo lo Utd. La semina è lunga e frutti tardano ad arrivare: ci vogliono ben quattro anni e lo spettro del licenziamento per aprire la stagione dei raccolti. Mai tanta attesa fu più premiata. La FA Cup del ’90 sembra soltanto un brodino che gli allunga la permanenza in panchina. Sarà l’antipasto di ben altri trionfi. Nel ’91  matura una Coppa delle Coppe, a Rotterdam contro il Barcellona di Cruyff (il Dream Team, insomma). Trofeo che assume un significato particolare: è il primo successo inglese post Heysel, subito bissato dalla Supercoppa Europea. Poi un anno di transizione che porta una Coppa di Lega e un’attaccante francese tutto potenza e pazzia: Eric Cantona. Resterà allo Utd fino al ’97: l’alfiere del ritorno alla vittoria in campionato, ora ribattezzato Premier League. Arrogante (Dieu c’est moi), alterna gol bellissimi ed entrate spigolose, come quella volta che entrò alla Bruce Lee contro un tifoso del Crystal Palace per festeggiare un gol. Con lui quattro Premier League in cinque anni. Attorno a lui crescono Butt, Giggs, Scholes, i fratelli Neville, David Beckham che ne erediterà il mitico numero 7 che fu anche di Best. E che sarà di Cristiano Ronaldo. fiori di un vivaio fertilissimo, oltre al portierone danese Schmeichel e al roccioso regista irlandese Keane, oltre ai Calypso Boys: Dwight Yorke ed Andy Cole. I Fergie Boys. Manca soltanto l’alloro più pregiato, la Champions League. Arriverà nel 1999. I Red Devils avevano già vissuto una stagione da sogno, campioni d’Inghilterra e vincitori di coppa. A Barcellona contro il Bayern Monaco di Hitzfeld, Matthäus e Basler ci si gioca però tutto, e sarà la finale thriller. I tedeschi vincono 1-0 al 90′ e hanno dominato in lungo e in largo. Ferguson azzecca i cambi: dentro Sheringham e Solskjaer. Saranno loro, nel giro di 2 minuti a cambiare l’esito della storia: 2-1 al 92′. Per i panzer tedeschi soltanto gli applausi, dopo 31 anni la Coppa dei Campioni torna nel Sacro Tempio, e nel giro di pochi mesi arriva anche la ciliegina sulla torta: quell’Intercontinentale che nessuna inglese aveva mai vinto.

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Festa Champions ’99 con Ferguson

Gli ultimi 10 anni parlano ancora di successi fragorosi e nuovi beniamini, ma anche di addii dolorosi e di svolte societarie. Andiamo con ordine. Il figliol prodigo, quel David Beckham svezzato fin dalla culla fino a diventare lo Spice Boys fugge da Manchester per raggiungere i Galacticos del Real Madrid. Anche Ferguson medita l’addio, logorio e vittorie in serie si fanno sentire. Il bisogno di riposo anche. L’addio, dato sempre per imminente non verrà mai, anzi lo scozzese porta avanti il ricambio generazionale della squadra puntando non più sul vivaio di casa, ma su quello internazionale. Arrivano Ronaldo e Nani dal Portogallo, Evra ed Heinze dalla Francia, Anderson dal Brasile, Rooney dall’Everton, Tevez, Carrick e Van der Sar da Londra, Hargreaves da Monaco. Arriva, soffertissima, una nuova proprietà dall’America. I tifosi insorgono: l’Old Trafford e i suoi diavoli non sono merce per avventurieri dal soldo facile. La passione va rispettata. Glazer, il nuovo padrone, lo capisce e si adegua. Vai con il merchandising e la pubblicità in America come in Asia, ma l’anima dei Red Devils è salva. E arrivano copiosi, naturalmente, i successi: 5 Premier League, una FA Cup, una Coppa di Lega e 3 Community Shields. In patria il dominio verrà minacciato dall’Arsenal di Wenger e soprattutto dal Chelsea di Abramovich e Mourinho, in Europa l’araldo inglese sembra essere il Liverpool di Benitez, ma sono parentesi momentanee. Anno domini 2008, Mosca, prima finale di Champions League made in England, Manchester Utd versus Chelsea (“finale champions league 2008“). Il patron russo dei Blues già gongola. Ma sbaglia i calcoli: Cristiano Ronaldo apre i giochi, risponde Drogba. L’equilibrio resta fino alla fine. Calci di rigore… sbaglia proprio Ronaldo… il Destino però è in credito con i suoi Diavoli… Terry, capitano dei blues, ha suoi piedi il rigore decisivo… lo sbaglia… seguito da Anelka… Manchester Utd ancora sul tetto d’Europa e ancora all’ultimo respiro. Dicembre porta con se il Mondiale per Club, brutta copia della vecchia Intercontinentale, contro l’LDU Quito e un Pallone d’Oro: l’ultimo Red Devil capace di vincerlo fu Best nel ’68. Oggi tocca al suo erede: numero 7 sulle spalle, dribbling ubriacante, sciupafemmine e distruggi Ferrari; non è di Belfast, ma portoghese di Madeira…poco importa, è Cristiano Ronaldo.

Palmarès

17 Campionati inglesi:
7 First Division (1907-1908, 1910-1911, 1951-1952, 1955-1956, 1956-1957, 1964-1965, 1966-1967)
10 Premier League (1992-1993, 1993-1994, 1995-1996, 1996-1997, 1998-1999, 1999-2000, 2000-2001, 2002-2003, 2006-2007, 2007-2008)
11 FA Cup (record) (1908-1909, 1947-1948, 1962-1963, 1976-1977, 1982-1983, 1984-1985, 1989-1990, 1993-1994, 1995-1996, 1998-1999, 2003-2004)
2 Coppe di Lega (1991-1992, 2005-2006)
17 Supercoppe d’Inghilterra (record):
10 Charity Shield (1908, 1911, 1952, 1956, 1957, 1965, 1967, 1977, 1983, 1990)
7 Community Shield (1993, 1994, 1996, 1997, 2003, 2007, 2008)

3 Coppa dei Campioni/Champions League (1967-1968, 1998-1999, 2007-2008)
1 Coppa delle Coppe 1990-1991
1 Coppa Intercontinentale 1999
1 Coppa del Mondo per club 2008
1 Supercoppa Europea