21/08/2017

Euro 2008: Gruppo D

giugno 7, 2008 di  
Inserito in Euro 2008

Chiudiamo la nostra presentazione delle 16 finaliste degli Europei che iniziano oggi pomeriggio a Basilea (Svizzera-Repubblica Ceca in campo) con il Gruppo D. Si tratta del girone dei campioni in carica (a sorpresa) della Grecia. Da notare una cabala: insieme agli ellenici sono presenti ancora una volta Spagna e Russia, che componevano il Gruppo A di 4 anni fa. Al posto del Portogallo, oggi c’è la Svezia. Un gruppo compatto, con la Spagna a far da lepre e le altre a giocare per il secondo posto. Chi passerà incrocerà con il girone dell’Italia, quindi be careful, please.

Iniziamo con la Grecia campione d’Europa. Al timone quattro anni dopo c’è ancora Rehhagel, ormai considerato sacro come l’oracolo di Delfi ad Atene e dintorni. Il suo obbiettivo non è tanto ripetere l’esaltante cavalcata portoghese, quanto mantenere la Grecia nel gotha del calcio europeo. Da questo punto di vista la seconda qualificazione europea consecutiva, terza nella storia (altro precedente nel 1980, in Italia), rappresenta già un motivo di soddisfazione. Soprattutto dopo la mancata qualificazione al Mondiale tedesco. Chiaro poi che i greci, come quattro anni fa non ci staranno a fare da sparring partner, ma certamente le pressioni sono maggiori rispetto al Portogallo. La spina dorsale è sempre la stessa, nonostante il ritiro di Zagorakis: nonno Nikopolidis (Olympiacos) in porta, l’ex romanista Dellas in difesa, Basinas (Maiorca) a centrocampo e Charisteas (Norimberga) in attacco. Eppure qualcosa, anzi molto è cambiato: innanzitutto il modulo. In Portogallo Rehhagel riportò di moda il caro vecchio catenaccio all’italiana, con 11 uomini dietro la linea del pallone e contropiede. Non per niente la Grecia vinse nei quarti, in semifinale e in finale per 1-0. Oggi invece si gioca con un più frizzante 4-3-3, modulo che ha già pagato: 31 punti nel girone di qualificazione (record), 25 gol segnati e 10 subiti in 12 partite. Tutta un’altra mentalità! Davanti a Nikopolidis giocheranno da destra a sinistra Seitaridis (Atletico Madrid), Dellas (AEK), e i nuovi Kyrgiakos (Eintracht Francoforte) e Torosidis (Olympiacos), elemento molto duttile, da seguire. La mediana è il reparto più collaudato con 3 reduci di Lisbona: al fianco di Basinas, Katsouranis (Benfica) e l’ex interista Karagounis, oggi al Panathinaikos; l’altro grande vecchio Giannakopulos (Bolton) garantirà esperienza, carisma e permetterà di tornare al 4-4-2, adattandosi a entrambe le fasce. Il tridente offensivo prevede Charisteas in mezzo. Non è mai stato un bomber, anche se in Portogallo qualcuno si illuse; in questi 4 anni ha rimediato solo delusioni ma per Rehhagel il suo lavoro di copertura è preziosissimo. Ai suoi fianchi 2 novità: Gekas (Bayer Leverkusen), capocannoniere della Bundesliga nella scorsa stagione, e Amanatidis, anche lui in Germania all’Eintracht, buon finalizzatore.

La Svezia di Lagerback (alla quinta fase finale consecutiva da Ct), dipende dalle lune di Ibrahimovic. L’interista è l’unico giocatore in rosa capace di cambiare una partita (o addirittura un torneo, vedi Parma). Se starà bene allora i vichinghi potranno togliersi delle soddisfazioni, addirittura puntare al titolo. Eppure il gigante di Malmoe spesso in nazionale ha deluso, riempiendo le pagine dei giornali più per i litigi, le  notti brave e le fughe dai ritiri che per i suoi numeri in campo. Il resto della squadra corre per lui e conta su di lui. I nomi in rosa sono i soliti, giocatori esperti, modulo (4-4-2) molto accorto, difesa granitica, cambio di passo garantito dalle ali e il lungagnone in mezzo all’area a rifinire per i compagni più che a finalizzare. In porta ci sarà la meteora juventina Isaksson, stagione difficile per lui al Manchester City, dove ha perso il posto da titolare. In difesa i terzini saranno Mikael Nilsson (Panathinaikos) a destra e Dorsin (CFR Cluj) a sinistra al posto dell’infortunato Edman. In mezzo il neo juventino Mellberg è uno dei pilastri della squadra, titolare in nazionale da 8 anni. Al suo fianco favorito Hansson (Rennes) su Majstorovic (Basilea) e Granqvist (Wigan). In mezzo al campo Linderoth (Galatasaray) mastino davanti alla difesa ma reduce da un brutto infortunio e Kallstrom (Lione), uno che non ha mantenuto in pieno le aspettative. Sulle fasce l’ex romanista Wilhelmsson (Deportivo) e Ljungberg (West Ham) hanno iniziato la parabola discendente già da un po’. Di riserva i soliti Anders Svensson (Elfsborg) e Daniel Andersson (Malmoe), l’unico volto nuovo è Sebastian Larsson (Birmingham City), duttile lungo tutta la fascia sinistra. Si giocano il posto a fianco a Ibra in avanti Elmander (Tolosa), favorito nonostante la pessima stagione della sua squadra, Rosenberg (Werder Brema) e il vecchio Larsson che è tornato in nazionale dopo l’addio a Germania ’06 per alimentare le (tenui, anche se a Stoccolma sono fiduciosi) speranze di successo dei suoi.

La Spagna può essere considerata, come l’Olanda, un’eterna incompiuta. Se i suoi club dominano in lungo e in largo, le nazionali giovanili mietono successi a ripetizione, i suoi giocatori sono tra i più pagati d’Europa, la nazionale maggiore, nonostante il bel gioco, non riesce mai ad arrivare in fondo alle manifestazioni. Se ai Mondiali c’è la sindrome dei quarti di finale, agli Europei siamo fermi al successo del 1964, in casa. Poi più nulla. Quattro anni fa l’uscita al primo turno. Due anni fa i narcisissimi spagnoli vennero buttati fuori agli ottavi da una Francia meno bella ma più efficace. Le qualificazioni a Euro 2008 sono state meno agevoli di quello che si potrebbe pensare guardando la classifica, con gli iberici costretti a rincorrere per lunghi tratti la Svezia, ma anche l’Irlanda del Nord e la Danimarca. Giganti! Il Ct Luis Aragones è stato (ed è tuttora) criticatissimo dalla stampa (fossero l’Italia diventerebbero immediatamente favoritissimi) per i risultati, certo, ma soprattutto per l’esclusione di Raul per scelta tecnica. L’attaccante madridista è il simbolo del calcio spagnolo, anche se in nazionale non ha mai convinto come nel club. Per certi versi ricorda la saga Del Piero-Donadoni, con esito capovolto, naturalmente. Eppure nonostante tutto non si può escludere la Spagna dal lotto delle favorite, un po’ per cabala, un po’ perchè prima poi toccherà anche a loro, ma molto per convinzione. In porta gioca Casillas, l’unico portiere al mondo a giocarsela con Buffon. Nonostante sia eternamente sottovalutato è ormai un punto di forza sia del Real Madrid bicampione di Spagna sia della nazionale. Davanti a lui il capitano del Barcellona Puyol non è più una garanzia come un paio d’anni fa, ma resta insostituibile. Come Marchena, nonostante la pessima stagione al Valencia. A destra Sergio Ramos è il futuro, ma soprattutto il presente. Potenzialmente il miglior difensore europeo, adattabile anche al centro. A sinistra Capdevila si è rilanciato nel Villarreal. Riserve? Albiol (Valencia), Juanito (Betis) in mezzo, Arbeloa (Liverpool) e Navarro (Maiorca) sulle fasce. Il centrocampo va più di ricamo che di fioretto, e può essere sia il punto di forza (quando il palleggio porta velocità di manovra) sia di debolezza (quando invece diventa sterile accademia) della squadra. Qualità dicevamo: Fabregas rischia di rimanere il miglior centrocampiusta d’Europa per i prossimi 10 anni, Iniesta è ormai titolare del Barcellona da due anni, e le sue percussioni fanno molto male. Xabi Alonso e Xavi sono due cervelli raffinati, anche se chiusi da Cesc, senza dimenticare i polmoni di Senna, la duttilità di Cazorla (rivelazione del Villarreal rivelazione) e De La Red (Getafe), gli spunti di David Silva (Valencia). C’è di tutto, e sono rimasti fuori Albelda, Joaquin, Guti e Riera: non gente qualsiasi. In attacco escluso Raul, ma anche il gemello ai tempi del Real Morientes, e incassato il rifiuto della stellina Bojan, si può sempre contare su Torres (buono il suo impatto con la Premier League) e Villa (Valencia), uno che non delude mai. In alternativa il Pichichi Guiza (Maiorca) e Sergio Garcia (Saragozza). C’è di meglio?

La Russia è la miracolata di Euro 2008. La qualificazione è arrivata grazie all’harakiri inglese a Wembley con la Croazia. Paradossalmente l’elemento più interessante sta in panchina. Guus Hiddink, allenatore giramondo e grande motivatore, ha però avuto il suo bel daffare per dare un’anima a questa squadra, con risultati tutt’altro che convincenti. I tifosi russi puntano su di lui per non ripetere le solite figuracce cui i loro “beniamini” li hanno abituati negli ultimi anni. Ma l’impresa sembrerebbe ardita, nonostante l’entusiasmo nato dalla vittoria dello Zenit in UEFA (con un altro olandese in panchina, Advocaat, tra l’altro). Tra i pali c’è uno degli elementi più interessanti e futuribili, Akinfeev (CSKA Mosca), rivelatosi agli europei portoghesi e in Champions League. In difesa il senatore è Ignashevich, affiancato da due suoi compagni al CSKA Mosca, i gemelli Berezusky, adattabili sia al centro che sulle fascia (specie Aleksey a sinistra). A destra agirà invece Anyukov, colonna dello Zenit San Pietroburgo. Riserve? Poche e da verificare. Va meglio a centrocampo, dove fatti fuori i vecchi Titov e Loskov e l’eterna promessa Izmailov, le redini sono affidate a Zyrianov (Zenit), giocatore russo dell’anno e a Semshov (Dinamo Mosca). Sulla fascia sinistra ci sarà l’elemento più tecnico della squadra, capace di spostare gli equilibri: Zhirkov (CSKA Mosca) mentre a destra giocherà il giovane Bystrov (Spartak Mosca). In attacco escluso Kerzhakov, la stella del momento si chiama Pavel Pogrebnyak, capocannoniere dell’ultima Coppa UEFA; con il giovane Bilyaletdinov (Lokomotiv) a girargli intorno. Convocato, ma disponibile solo dalla terza partita Arshavin (Zenit), forse il miglior calciatore russo in questo momento. Difficile vederla nei quarti. Eppure affronteremmo ancora volentieri Hiddink, dopo gli ottavi in Germania, quando l’olandese fece l’impresa con l’Australia.